C’è una crisi che non si misura soltanto nei sondaggi. Si vede nei gazebo vuoti, nelle feste di partito che spariscono, nelle tessere che non vengono più rinnovate. È la crisi della Lega raccontata dai numeri e dai territori, soprattutto in Lombardia e Veneto, le terre dove il Carroccio aveva costruito la propria forza. Secondo quanto ricostruito da Repubblica, il tesseramento è crollato e con esso anche le entrate. In Lombardia si è passati da circa 12.400 iscritti a 5.600. Nel partito nazionale, le entrate online legate alle tessere sono precipitate da 563 mila euro del 2019 a appena 76 mila nel 2025. Non è esattamente il «boom» raccontato dalla propaganda.
Da 80 feste a una dozzina
Il dato forse più simbolico riguarda le feste della Lega sul territorio. Paolo Grimoldi, ex deputato ed ex esponente del Carroccio, ricorda che quando era segretario della Lega Lombarda se ne organizzavano tra 70 e 80 ogni anno. Adesso, secondo quanto riferito, se ne contano appena una dozzina. E alcune sarebbero persino cene presentate come feste. È un dettaglio? No. Per un partito nato nei paesi, nelle sezioni e nelle sagre, la festa non era soltanto una festa. Era il luogo in cui il militante incontrava il dirigente, il simpatizzante diventava iscritto e il partito misurava il proprio radicamento. Quando quei luoghi scompaiono, non sparisce soltanto un appuntamento sul calendario. Scompare una parte del partito.
Lombardia e Veneto, il cuore che non batte più
La situazione appare pesante anche in Veneto. Qui il tesseramento della Liga sarebbe passato da circa 17 mila iscritti a 7.800, mentre le entrate della Lega lombarda da iscrizioni sono scese dai 431 mila euro del 2017 ai 196 mila del 2025. Anche il contributo del 2 per mille racconta la stessa storia: dai 3,1 milioni di euro del 2019 a 1,14 milioni nel 2025. Sono numeri che non si possono liquidare come semplice polemica interna. Perché una cosa è perdere qualche punto percentuale nei consensi. Un’altra è vedere prosciugarsi la base che per decenni ha garantito uomini, soldi, volontari e presenza sul territorio.
La guerra dei leghisti
E qui arriva il problema politico. Attilio Fontana, Massimiliano Romeo, Luca Zaia e Massimiliano Fedriga sono tra gli esponenti dell’area autonomista che chiedono da tempo una nuova guida collegiale del movimento e attendono un confronto con Matteo Salvini. Romeo lo ha detto con brutalità: si possono costruire tutte le narrazioni che si vogliono, ma se i militanti dicono che «così la Lega non va» e che non la voteranno più, un dirigente dovrebbe prima di tutto ascoltare. È il punto che pesa più di tutti. Il problema della Lega potrebbe non essere soltanto quanti voti perde, ma quanta gente ha smesso persino di arrabbiarsi.
Dal popolo al partito social
La trasformazione della Lega da movimento territoriale a partito nazionale e sovranista ha prodotto indubbiamente risultati elettorali importanti. Ma ha anche avuto un prezzo: il progressivo allontanamento da quella macchina militante che aveva fatto del Carroccio un’anomalia della politica italiana. Oggi il rischio è di avere un partito molto presente sui social e molto meno presente nei paesi. Molto comunicazione e poca comunità. Il confronto tra il raduno di Pontida del 2019 e quello del 2025, con spazi rimasti vuoti e gazebo collocati persino nel tentativo di riempire il prato, racconta più di mille dichiarazioni.
Il vero campanello d’allarme
Salvini può contestare le interpretazioni, può rivendicare nuovi tesseramenti e può affidarsi ai numeri elettorali. Ma c’è un dato che dovrebbe preoccupare più degli altri: la disaffezione della base. Un partito può sopravvivere a un sondaggio negativo. Può sopravvivere anche a un’elezione deludente. Molto più difficile è sopravvivere quando i suoi militanti smettono di iscriversi, di partecipare e persino di protestare. La Lega rischia così il paradosso più amaro: nata per dare voce alla gente dei territori, potrebbe ritrovarsi a cercare quella stessa gente proprio nei territori che un tempo considerava casa propria.
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