Una fotografia insolita ha attirato l’attenzione tra gli ultimi contenuti condivisi da Matteo Berrettini dopo la trasferta americana. Nel lungo carosello dedicato alle settimane trascorse tra New York e l’Italia compare infatti un’immagine molto diversa dalle consuete fotografie dal campo: il tennista romano appare disteso sul letto della sua camera d’albergo, con una maschera luminosa sul volto, gli auricolari alle orecchie e un apparecchio appoggiato sulla coscia. Lo scatto ha immediatamente acceso la curiosità sulla terapia della luce e sulle possibili applicazioni della fotobiomodulazione nella routine di un atleta professionista. La fotografia, però, non permette di stabilire da sola quale trattamento preciso abbia seguito Berrettini, né consente di attribuire al dispositivo una specifica funzione medica senza conoscere modello, parametri e indicazioni dello staff che lo segue.
La foto che ha incuriosito i fan
Il contesto aiuta a capire perché quell’immagine abbia suscitato interesse. Berrettini ha concluso la sua esperienza agli US Open al secondo turno, dopo la sfida contro l’argentino Mariano Navone, e il suo periodo negli Stati Uniti ha occupato una parte importante del nuovo racconto fotografico pubblicato sui social. Accanto alle immagini legate al tennis compaiono momenti della vita quotidiana e una serie di dettagli sulla preparazione e sul recupero. Tra questi spicca proprio la seduta con i dispositivi luminosi. Un altro elemento della fotografia riguarda la coscia, dove compare un apparecchio che emette luce. Non si tratta quindi semplicemente di una maschera cosmetica mostrata per curiosità, ma di una scena che richiama una tecnologia utilizzata anche in ambito sportivo.
Negli ultimi anni la fotobiomodulazione ha infatti conquistato spazio sia nella dermatologia sia nei protocolli dedicati al benessere e al recupero. La tecnica utilizza sorgenti luminose a bassa intensità, generalmente LED o dispositivi laser a bassa potenza, con specifiche lunghezze d’onda. La luce rossa e quella nel vicino infrarosso rappresentano le bande più studiate. L’obiettivo non consiste nel riscaldare semplicemente la pelle, ma nell’interazione della luce con determinati componenti cellulari e nei conseguenti segnali biologici. La letteratura scientifica descrive possibili effetti sulla funzione cellulare, sulla produzione di energia e su alcuni processi legati alla risposta dei tessuti.
Cos’è davvero la fotobiomodulazione
La terapia della luce, chiamata anche fotobiomodulazione, utilizza radiazioni luminose non ionizzanti per stimolare specifiche risposte biologiche. Gli studi scientifici hanno analizzato soprattutto la luce rossa, generalmente compresa nell’intervallo tra circa 620 e 700 nanometri, e la luce nel vicino infrarosso, che raggiunge lunghezze d’onda maggiori. La profondità con cui la luce interagisce con i tessuti cambia in funzione della lunghezza d’onda, della potenza, della durata dell’esposizione e di altri parametri tecnici. Per questo motivo non tutti i dispositivi LED producono gli stessi effetti e non si può considerare ogni apparecchio luminoso equivalente a un altro.
La ricerca ha individuato diversi possibili meccanismi biologici. La fotobiomodulazione può influenzare i processi cellulari attraverso l’assorbimento della luce da parte di specifici cromofori e può modificare alcuni segnali intracellulari. Le pubblicazioni scientifiche hanno studiato applicazioni molto diverse, dalla dermatologia alla cicatrizzazione, fino ad alcune condizioni legate al dolore e alla neuropatia. Una revisione pubblicata su PubMed ha sottolineato l’interesse crescente verso la tecnica, evidenziando però anche la necessità di protocolli più uniformi e di studi clinici più solidi per definire con precisione efficacia, dosaggi e indicazioni.
La maschera sul viso ha un obiettivo diverso
Il dispositivo che compare sul volto di Matteo Berrettini richiama invece una delle applicazioni più diffuse della fotobiomodulazione: il trattamento della pelle. Le maschere LED utilizzano diverse lunghezze d’onda e alcuni dispositivi combinano luce rossa, vicino infrarosso o altre bande. In ambito dermatologico, gli studi hanno valutato soprattutto il possibile contributo della luce nel miglioramento di alcuni segni dell’invecchiamento cutaneo, dell’acne e di altri problemi della pelle.
La ricerca non sostiene però l’idea di una tecnologia miracolosa. Gli effetti dipendono dal dispositivo, dalla lunghezza d’onda, dalla dose luminosa, dalla frequenza delle sedute e dalla condizione trattata. Una revisione sistematica degli studi clinici sulle tecnologie LED ha evidenziato risultati interessanti per alcune applicazioni dermatologiche, ma ha anche segnalato limiti metodologici e differenze importanti tra i protocolli utilizzati. Anche l’American Academy of Dermatology considera la luce rossa una tecnologia non invasiva che alcuni dermatologi utilizzano per specifici problemi cutanei, pur invitando a valutare con attenzione dispositivi, indicazioni e precauzioni.
E sulla coscia cosa può significare?
La presenza di un secondo dispositivo sulla coscia rende la fotografia ancora più interessante, soprattutto considerando la professione di Berrettini. Nel suo caso, qualsiasi trattamento rivolto alla muscolatura o ai tessuti può rientrare in una più ampia routine di recupero, ma non esiste una conferma pubblica sufficiente per affermare che quella specifica apparecchiatura abbia curato un determinato infortunio o una precisa patologia. Le immagini mostrano soltanto l’utilizzo del dispositivo e non permettono di ricostruire il protocollo seguito dall’atleta.
La fotobiomodulazione ha comunque attirato l’interesse del mondo sportivo proprio per le sue potenziali applicazioni sui tessuti. La ricerca ha esaminato possibili effetti collegati alla risposta infiammatoria, al metabolismo cellulare e ai processi di recupero. Alcuni lavori scientifici hanno analizzato anche l’utilizzo della luce rossa e infrarossa in relazione al dolore e alla riparazione dei tessuti. Il punto centrale resta però la qualità delle prove disponibili: risultati incoraggianti non equivalgono automaticamente alla dimostrazione che una determinata seduta acceleri il recupero di qualsiasi atleta o di qualsiasi problema muscolare.
Una tecnologia sempre più presente nello sport
La scena condivisa da Matteo Berrettini mostra quindi una tendenza che negli ultimi anni ha trovato sempre più spazio nei percorsi di preparazione e recupero degli sportivi. Gli atleti professionisti affiancano all’allenamento tradizionale numerose tecnologie pensate per gestire il carico fisico, favorire il recupero e mantenere elevate le prestazioni. La fotobiomodulazione rappresenta una delle soluzioni entrate in questo panorama, insieme a strumenti e procedure molto differenti tra loro.
Il caso di Berrettini acquista ulteriore interesse perché arriva al termine di una stagione nella quale il tennista ha dovuto gestire con attenzione il proprio calendario e le proprie condizioni fisiche. Dopo il Roland Garros, il romano ha adottato un approccio prudente alla programmazione, disputando Wimbledon, Cincinnati, Montreal e New York e rinunciando ad alcuni appuntamenti sulla terra battuta. La fotografia con la maschera LED va quindi letta soprattutto come uno scorcio della sua routine personale di recupero, non come la prova di una terapia specifica prescritta per un problema determinato.
La curiosità nata intorno allo scatto ha comunque riportato sotto i riflettori una tecnologia che spesso il pubblico associa soltanto ai trattamenti estetici. In realtà, la fotobiomodulazione costituisce un campo di ricerca più ampio, con studi che analizzano il comportamento della luce sui tessuti e sulle cellule. La scienza riconosce un potenziale alla tecnologia, ma continua a lavorare per definire quali applicazioni offrano benefici realmente dimostrati e con quali parametri. La fotografia di Berrettini, dunque, racconta soprattutto il lato meno visibile della vita di un atleta: quello fatto di recupero, prevenzione, tecnologia e attenzione quotidiana al corpo.
Dietro quella strana maschera luminosa non c’è quindi un semplice gadget da social, ma una tecnologia reale che la ricerca scientifica continua a studiare. Il significato preciso della seduta scelta dal tennista, tuttavia, resta legato al suo protocollo personale e alle indicazioni del team che lo segue. Senza informazioni ufficiali sul dispositivo e sul trattamento, qualsiasi interpretazione più specifica rimarrebbe soltanto una supposizione.
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