lunedì 14 Settembre 2026
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Venezia, Israele minaccia i registi di Naza: “Traditori”

Miki Zohar attacca Yuval Abraham e Rachel Szor dopo il Premio Speciale della Giuria assegnato a Naza

Di Redazione
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La intorno a Naza supera i confini della Mostra del Cinema di e arriva direttamente al governo israeliano. Il ministro della Cultura Miki Zohar ha attaccato duramente i registi israeliani Yuval Abraham e , arrivando a chiedere la revoca della loro cittadinanza dopo il riconoscimento ottenuto dal loro documentario al Lido. Il film ha conquistato il Premio Speciale della della 83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica e ha provocato un acceso confronto politico per il modo in cui affronta le operazioni militari israeliane nella Striscia di Gaza.

Zohar ha definito il documentario e il lavoro dei suoi autori in termini estremamente duri, accusandoli di danneggiare l’immagine dello Stato israeliano. Nel suo intervento ha descritto il film come “vile” e ha sostenuto che “costituisce un tradimento dello Stato”. Il ministro ha inoltre collegato la controversia alla propria politica sui finanziamenti pubblici destinati al settore cinematografico israeliano, sostenendo che lo Stato non dovrebbe utilizzare risorse pubbliche per sostenere opere che, secondo la sua valutazione, arrecano danno alle istituzioni e ai militari israeliani.

Che cosa racconta il documentario Naza

Naza nasce da un lavoro giornalistico e cinematografico condotto da Yuval Abraham e Rachel Szor, già tra i registi di No Other Land, documentario che nel 2025 ha conquistato l’Oscar per il miglior documentario. Per realizzare il nuovo film, i due autori hanno raccolto le anonime di 24 militari e funzionari dell’intelligence israeliana. Il documentario concentra l’attenzione sui sistemi utilizzati durante le operazioni a Gaza e sulle modalità con cui le autorità militari valutano il possibile numero di vittime civili prima degli .

Il titolo Naza richiama un termine utilizzato nell’ambito dell’intelligence israeliana per indicare la stima delle vittime civili previste durante un’operazione. I registi hanno costruito il racconto attraverso testimonianze, documenti e ricostruzioni realizzate anche durante le riprese notturne sui tetti di Tel Aviv. Il film presenta così una prospettiva interna alla società israeliana e concentra il dibattito sulle responsabilità, sulle procedure operative e sull’impatto delle decisioni militari sulla popolazione palestinese.

Un’accoglienza molto forte alla Mostra di Venezia

La proiezione veneziana ha trasformato Naza in uno dei casi più discussi dell’edizione 2026 della Mostra. Il pubblico della Sala Grande ha accolto il film con un applauso durato oltre 25 minuti, mentre durante la serata alcune persone hanno mostrato bandiere palestinesi e libanesi. Il riconoscimento della giuria ha poi consolidato il peso cinematografico dell’opera, portando i suoi autori al centro dell’attenzione internazionale.

Yuval Abraham e Rachel Szor hanno accolto il Premio Speciale della Giuria con evidente emozione, ma hanno mantenuto il centro della loro comunicazione sulle persone e sulle vicende raccontate nel documentario. Durante gli incontri con la stampa, i due registi hanno spiegato di avere dedicato un lungo periodo alla verifica delle testimonianze e di avere cercato numerosi militari prima di costruire il lavoro definitivo. Abraham ha sottolineato la necessità di confrontare più testimonianze davanti ad accuse di tale gravità.

La dell’esercito israeliano

Il contenuto di Naza ha incontrato anche una netta contestazione da parte dell’esercito israeliano. Le autorità militari hanno messo in discussione l’affidabilità delle testimonianze anonime utilizzate dai registi e hanno respinto l’idea che sistemi di intelligenza artificiale decidano autonomamente quali obiettivi colpire. Secondo la posizione espressa dall’esercito, le decisioni operative restano nelle mani del personale militare e seguono procedure di autorizzazione umana.

Il confronto assume quindi una dimensione che supera la semplice critica cinematografica. Da una parte, i registi sostengono di avere documentato attraverso fonti interne un sistema operativo che ha prodotto un numero enorme di vittime civili. Dall’altra, le autorità israeliane contestano le conclusioni del film e respingono le accuse più gravi. La discussione coinvolge così contemporaneamente il cinema, il giornalismo d’inchiesta, la libertà di espressione e il modo in cui una società racconta le proprie azioni durante una guerra.

La cittadinanza diventa il nuovo terreno dello scontro

La richiesta di Miki Zohar introduce però un elemento ancora più delicato. Il ministro non si è limitato a criticare il contenuto dell’opera o a contestare le conclusioni dei suoi autori, ma ha indicato la possibilità di intervenire sul loro status di cittadini israeliani. La normativa israeliana consente in determinate circostanze la revoca della cittadinanza per casi legati a gravi forme di slealtà, tradimento, terrorismo o altre fattispecie previste dalla legge, ma la procedura richiede specifici passaggi istituzionali e il coinvolgimento dell’autorità giudiziaria.

La vicenda non equivale quindi, allo stato attuale, a una revoca già eseguita. Zohar ha avanzato una richiesta politica e ha minacciato conseguenze contro i due registi, mentre l’eventuale applicazione concreta della misura dovrebbe seguire l’iter previsto dall’ordinamento israeliano. Il caso assume comunque un peso simbolico enorme perché riguarda due cittadini israeliani che hanno scelto di raccontare dall’interno le conseguenze della guerra a Gaza e che, proprio per questo lavoro, hanno ricevuto un importante riconoscimento internazionale.

Il precedente di No Other Land pesa nella polemica

Il tra Yuval Abraham e una parte della classe politica israeliana non nasce con Naza. Abraham aveva già affrontato forti dopo No Other Land, realizzato insieme agli autori palestinesi Basel Adra e Hamdan Ballal. Quel documentario aveva raccontato la realtà di Masafer Yatta, in Cisgiordania, e aveva ottenuto un’attenzione internazionale culminata con la dell’Oscar.

Con Naza, i due cineasti tornano quindi a confrontarsi con un tema centrale del conflitto israelo-palestinese, ma questa volta spostano l’obiettivo verso i meccanismi militari e decisionali che accompagnano gli attacchi nella Striscia di Gaza. Il premio conquistato a Venezia ha amplificato ulteriormente la discussione e ha trasformato il film in un caso politico internazionale.

La vicenda resta dunque aperta e potrebbe avere conseguenze anche sul dibattito interno israeliano riguardo al finanziamento pubblico del cinema, alla libertà degli artisti e ai limiti della critica durante un conflitto armato. Intanto Yuval Abraham e Rachel Szor hanno ottenuto a Venezia uno dei riconoscimenti più importanti della loro carriera, mentre Miki Zohar ha trasformato la loro vittoria cinematografica in un nuovo terreno di scontro politico sul rapporto tra arte, Stato e guerra.

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