Alla 83esima Mostra del Cinema di Venezia, il documentario MUSK porta sul grande schermo una figura tra le più influenti e controverse dell’epoca contemporanea. A firmare il film è Alex Gibney, regista premio Oscar, che ha scelto di concentrarsi non soltanto sull’impatto tecnologico dell’imprenditore, ma anche sulle dinamiche personali e politiche che ne hanno accompagnato l’ascesa.
Secondo Gibney, la vicenda di Elon Musk presenta molti elementi già conosciuti, nonostante il ruolo centrale assunto dalla tecnologia. “La storia di MUSK non è una storia nuova, anche se ha molto a che vedere con la tecnologia. È la storia di un vino vecchio in una bottiglia nuova”, ha spiegato il regista, sottolineando come la realizzazione del documentario gli abbia fatto scoprire quanto alcuni aspetti della storia dell’imprenditore fossero in realtà familiari.
La sorpresa maggiore, però, sarebbe arrivata dal comportamento delle persone interpellate durante la lavorazione. Il regista ha raccontato di aver incontrato un forte timore nel parlare apertamente di Musk, anche da parte di persone che lo conoscono direttamente.
“La cosa che mi ha colpito di più? Il tremendo timore di parlare, sia tra le persone che lo criticano, sia tra colleghi e amici. Ho parlato con tantissime persone, ma moltissime hanno rifiutato di parlare”, ha dichiarato Gibney.
Dall’infanzia alla crescita di Tesla e SpaceX
Nel ricostruire la personalità di Musk, il regista parte anche dalle origini familiari. Alcune persone che hanno avuto con lui rapporti molto stretti, tra cui il padre e il fratello, avrebbero descritto un’infanzia segnata da esperienze difficili e traumatiche.
“Persone che lo hanno conosciuto molto bene, come suo padre e suo fratello, parlano di un’infanzia difficile e traumatica, e credo che questo ora stia venendo fuori”, ha affermato Gibney.
Il regista riconosce comunque che la prima fase dell’avventura imprenditoriale di Musk era legata a obiettivi che potevano apparire ambiziosi e positivi. Tra questi figuravano lo sviluppo delle automobili elettriche attraverso Tesla e il rilancio dell’industria spaziale con SpaceX.
Proprio questa trasformazione rappresenta uno dei nodi centrali del documentario. Gibney sostiene di essere rimasto particolarmente colpito da quello che definisce il progressivo deterioramento di una causa inizialmente considerata nobile.
“La corruzione della nobile causa: il pensiero per cui ‘la mia causa è nobile, quindi posso utilizzare qualsiasi mezzo’”, ha spiegato il regista, collegando poi questa evoluzione alle attuali posizioni politiche dell’imprenditore.
Il potere e la svolta politica
Nel film emerge anche il rapporto tra ricchezza, influenza e politica. Gibney si interroga in particolare sulle conseguenze dell’enorme potere accumulato da Musk e sulla sua crescente esposizione nello scenario politico statunitense.
“Il potere corrompe per forza, o rivela semplicemente chi vogliamo essere veramente?”, è la domanda posta dal regista.
Parlando delle proprie valutazioni politiche, Gibney ha inoltre sostenuto che alcuni governi di destra possano risultare maggiormente condizionabili e privi di una solida idea di condotta pubblica. Secondo la sua lettura, le scelte politiche di Musk sarebbero quindi riconducibili sia a motivazioni ideologiche sia a interessi economici.
Ashley St. Clair e l’offerta da 40 milioni di dollari
Durante la presentazione veneziana è emersa anche la testimonianza di Ashley St. Clair, influencer e autrice che ha avuto un figlio con Elon Musk. La donna ha raccontato di aver rifiutato un accordo da 40 milioni di dollari che, secondo quanto riferito, le sarebbe stato proposto dall’imprenditore per evitare la sua partecipazione al documentario.
St. Clair ha spiegato di aver scelto comunque di parlare, motivando la decisione con la volontà di trasmettere un principio ai propri figli.
“Voglio dare l’esempio ai miei figli: non bisogna sentirsi mai a disagio quando si dice la verità”, ha dichiarato.
La donna ha poi affrontato anche il proprio passato politico, ammettendo di provare rimorso per il ruolo avuto in determinati ambienti e correnti. “Provo una sorta di rimorso e rimpianto. Anch’io ho avuto un ruolo in quel genere di politica, in quel filone. Non ne ero a conoscenza, ma non è una scusa”, ha affermato.
St. Clair ha infine definito la partecipazione al documentario anche come un possibile percorso di riscatto personale. “Spero che in questo documentario possa un po’ redimermi”, ha concluso.
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