martedì 15 Settembre 2026

Tumore rinofaringeo, Mercante (UniBo): “Serve squadra di specialisti per migliorare prognosi”

Di La Sintesi Online
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(Adnkronos) – Nel trattamento del tumore rinofaringeo la gestione multidisciplinare è fondamentale. La diagnosi, infatti, non può basarsi sul giudizio di un singolo specialista, ma richiede il confronto tra diverse competenze. “Abbiamo imparato nel corso di questi anni come la gestione di un tumore sia un vero gioco di squadra e, nel caso del trattamento del tumore rinofaringeo, la squadra ha un ruolo fondamentale. Dal punto di vista diagnostico non ci si può soffermare solo su quello che è il giudizio di un singolo specialista, nella fattispecie dello specialista otorinolaringoiatra. ‘è bisogno di integrare queste informazioni con altri colleghi, che sono il patologo e il radiologo. Nel momento in cui poi si raggiunge quella che è la diagnosi, dobbiamo discutere in maniera collegiale tutte le opportunità per i nostri pazienti e da qui entrano in gioco delle figure fondamentali come il radioterapista, l’oncologo, lo psicologo e il nutrizionista. E quindi questo è il classico esempio in cui la partita non può essere giocata da un giocatore singolo, ma si lavora in squadra, si discute su quelle che sono le possibilità terapeutiche e questo ha dimostrato chiaramente un vantaggio in termini di miglioramento della prognosi del “. Lo ha detto Giuseppe Mercante, ordinario di Otorinolaringoiatria dell’università di e della Uo di Otorinolaringoiatria e Audiologia dell’Irccs ospedaliero-universitaria di Bologna, Policlinico Sant’Orsola, alla presentazione, oggi a , del Policy Brief ‘Tumore rinofaringeo in : evidenze, bisogni dei pazienti e prospettive future’, realizzato da Teha Group con il contributo non condizionante di Leo Pharma. 

Per ridurre le differenze tra le diverse aree del Paese e assicurare pazienti percorsi assistenziali più omogenei e appropriati, Mercante sottolinea inoltre l’importanza di una maggiore condivisione dei casi e di una rete tra i centri specializzati. “In questo caso – spiega – parliamo di un tumore raro, per cui è difficile per un singolo centro riuscire ad avere un’esperienza tale da poter portare a dei risultati ottimali. Per cui, concettualmente, bisogna entrare nell’ordine dell’idea che questi pazienti vanno condivisi dal punto di vista di quelli che sono i , in modo da poter avere il meglio per loro dal punto di vista di un risultato terapeutico. Ciò vuol dire che bisogna avere dei centri che possano raccogliere la casistica, dare le indicazioni e poi delegare a dei centri spoke, quindi un centro hub che delega al centro spoke per quella che può essere la gestione del paziente dopo aver ricevuto la cura, per quanto concerne i follow-up e i successivi”, conclude.  

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