martedì 29 Settembre 2026
Matteo Salvini

Dalle vette del 40% al crollo al 5%: La Lega di Salvini sprofonda

Il sogno del partito nazionale si sbriciola nei sondaggi e riporta il Carroccio ai livelli del 2012. Tra i governatori del Nord stanchi del centralismo romano e l'avanzata di Roberto Vannacci, per la leadership di Via Bellerio inizia la resa dei conti.

Di Redazione
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«Non rimpiango la Lega al 3 o 4 per cento». Quella scandita da Matteo Salvini nel 2016 per liquidare i di Umberto Bossi e rivendicare la svolta sovranista suona oggi come un verdetto spietato. L’epoca d’oro delle Europee del 2019 — quando il Carroccio incassava quasi il 35% e nei sondaggi accarezzava la quota del 40% — è ormai un lontano ricordo. Il partito è precipitato attorno al 5%, segnando un ritorno quasi perfetto al punto di partenza. Con un’aggravante strutturale: la Lega di Bossi era una forza radicata, omogenea e territorialmente compatta tra le Alpi e la Pianura Padana; la Lega di oggi è una struttura indebolita, con consensi dispersi a macchia di leopardo lungo la penisola e uno zoccolo duro settentrionale sempre più in sofferenza.

La spaccatura del Nord e il vuoto di leadership

Nelle roccaforti padane la tensione è livelli di guardia. I e gli amministratori locali chiedono a gran voce un di passo, stanchi della gestione verticistica del segretario e intenti a rivendicare un ritorno alla collegialità. La spaccatura è anche culturale: diversi amministratori del Nord virano verso sensibilità più liberali e pragmatiche, distanti dall’impianto ideologico di Via Bellerio (come dimostrano le posizioni aperte sul tema del assistito). Tuttavia, contro la leadership di Salvini si registra una singolare paralisi: nonostante i continui malumori della base e dei quadri intermedi, nel partito non è ancora emersa una figura d’opposizione in grado di strutturare un’alternativa concreta.

Il doppio gioco politico e l’incubo della concorrenza

A logorare il consenso leghista è stata la difficoltà di sostenere una linea politica doppiamente ambigua. L’equilibrismo tra le di governo e le rivendicazioni di piazza, la fedeltà all’ atlantica con Giorgia e le posizioni ammiccanti in politica estera, le battaglie populiste contro le banche e il pragmatismo sulle infrastrutture hanno finito per disorientare l’elettorato. In questa breccia si è posizionato Roberto Vannacci: muovendosi con maggiore radicalità e senza i vincoli dell’azione di governo, il generale minaccia di svuotare il serbatoio della Lega, ipotizzando un travaso di voti che rischia di ridisegnare gli equilibri dell’intera di centrodestra.

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