Un summit che doveva sancire la pace e sciogliere i nodi amministrativi si è trasformato nell’ennesimo braccio di ferro. Giorgia Meloni ha aperto le porte della sua abitazione romana a Matteo Salvini, Antonio Tajani e Maurizio Lupi per un pranzo di lavoro ad altissima tensione, finito senza un’intesa sul candidato sindaco da schierare a Milano. Alla vigilia di scadenze cruciali come il Documento programmatico di finanza pubblica e la riforma elettorale alla Camera, dal massimo riserbo dell’incontro filtrano forte nervosismo e spaccature profonde. Nonostante i tentativi di minimizzare da parte dei fedelissimi della premier e l’attenzione rivolta al contenimento della crescita di Roberto Vannacci dopo le Suppletive a Reggio Calabria, sulla partita meneghina la coalizione si ritrova bloccata e senza una linea condivisa.
La guerra dei nomi: Salvini, Tajani e la mossa di La Russa
A sbarrare la strada all’accordo è una guerra di posizione e veti incrociati che paralizza i vertici dei tre partiti principali. Matteo Salvini punta tutto sulla eurodeputata e vicesegretaria leghista Silvia Sardone, impaziente di blindare il nome prima del Congresso federale di ottobre per puntellare la propria leadership interna. Sul fronte opposto, Forza Italia fa muro e rifiuta l’imposizione sventolando la carta di Matteo Perego di Cremnago, sottosegretario alla Difesa, attorno al quale si concentrano però i dubbi di una parte degli stessi azzurri. A complicare ulteriormente la matassa interviene Fratelli d’Italia: mentre una fetta del partito guarderebbe con favore a Perego, la corrente legata al presidente del Senato Ignazio La Russa spinge con decisione per l’usato sicuro di Maurizio Lupi, leader di Noi Moderati.
Meloni prende tempo e l’ombra del disastro sulle Amministrative
In mezzo al fuoco incrociato degli alleati, Giorgia Meloni sceglie di non sbilanciarsi e congela ogni decisione prima di congedare gli ospiti per volare in visita ufficiale a Praga. Il rinvio riflette una diffusa mancanza di fiducia nell’esito delle Amministrative nei grandi capoluoghi, dove la destra rischia di presentarsi sfibrata dai risentimenti interni. Mentre esponenti di FdI come Carlo Fidanza tentano di mascherare le difficoltà attaccando i problemi del centrosinistra, nel centrodestra il tempo stringe. Con l’ipotesi dell’election day in primavera e una legge elettorale che si preannuncia come uno stress test decisivo per la tenuta dell’esecutivo, il cantiere per Milano resta aperto, esposto ai ricatti incrociati e a un rischio di clamoroso autogol politico.





