«Non rimpiango la Lega al 3 o 4 per cento». Quella battuta scandita da Matteo Salvini nel 2016 per liquidare i dubbi di Umberto Bossi e rivendicare la svolta sovranista suona oggi come un verdetto spietato. L’epoca d’oro delle Europee del 2019 — quando il Carroccio incassava quasi il 35% e nei sondaggi accarezzava la quota del 40% — è ormai un lontano ricordo. Il partito è precipitato attorno al 5%, segnando un ritorno quasi perfetto al punto di partenza. Con un’aggravante strutturale: la Lega di Bossi era una forza radicata, omogenea e territorialmente compatta tra le Alpi e la Pianura Padana; la Lega di oggi è una struttura indebolita, con consensi dispersi a macchia di leopardo lungo la penisola e uno zoccolo duro settentrionale sempre più in sofferenza.
La spaccatura del Nord e il vuoto di leadership
Nelle roccaforti padane la tensione è ai livelli di guardia. I governatori e gli amministratori locali chiedono a gran voce un cambio di passo, stanchi della gestione verticistica del segretario e intenti a rivendicare un ritorno alla collegialità. La spaccatura è anche culturale: diversi amministratori del Nord virano verso sensibilità più liberali e pragmatiche, distanti dall’impianto ideologico di Via Bellerio (come dimostrano le posizioni aperte sul tema del suicidio assistito). Tuttavia, contro la leadership di Salvini si registra una singolare paralisi: nonostante i continui malumori della base e dei quadri intermedi, nel partito non è ancora emersa una figura d’opposizione in grado di strutturare un’alternativa concreta.
Il doppio gioco politico e l’incubo della concorrenza
A logorare il consenso leghista è stata la difficoltà di sostenere una linea politica doppiamente ambigua. L’equilibrismo tra le responsabilità di governo e le rivendicazioni di piazza, la fedeltà all’alleanza atlantica con Giorgia Meloni e le posizioni ammiccanti in politica estera, le battaglie populiste contro le banche e il pragmatismo sulle infrastrutture hanno finito per disorientare l’elettorato. In questa breccia si è posizionato Roberto Vannacci: muovendosi con maggiore radicalità e senza i vincoli dell’azione di governo, il generale minaccia di svuotare il serbatoio della Lega, ipotizzando un travaso di voti che rischia di ridisegnare gli equilibri dell’intera coalizione di centrodestra.





