«Giorgia, è meglio aspettare». «No, Matteo, meglio adesso che sotto elezioni». È da questo scambio di battute, poco prima delle 19 a Palazzo Chigi, che emerge la frattura profonda nel centrodestra alla vigilia del Consiglio dei ministri. Oggetto del contendere: la richiesta di flessibilità e lo scostamento di bilancio da presentare a Bruxelles. Un vertice ad altissima tensione tra Giorgia Meloni, Matteo Salvini, Antonio Tajani, Giancarlo Giorgetti e Maurizio Lupi, in cui il nodo della difesa ha rischiato di far saltare l’accordo.
Rispetto allo schema iniziale tracciato in Parlamento da Giorgetti — che prevedeva un maxi-scostamento da 36 miliardi tra difesa ed energia per il biennio 2027-2028 —, Salvini ha piantato i paletti. Preoccupato dal ritorno d’immagine a ridosso delle urne a primavera, il leader della Lega ha chiesto di tagliare linearmente i fondi alle armi: «C’è un problema di opportunità, non si può spendere nelle armi, in questa situazione». La risposta di Meloni è stata secca nel respingere il rinvio, ma costretta a un compromesso nel merito: lo scostamento scende da 36 a 28 miliardi complessivi, sforbiciando ben 8 miliardi destinati al comparto militare per il 2028, lasciando inalterate le coperture sull’energia e per la transizione verde.
Tensioni con Bruxelles e i litigi sulla manovra
L’intesa sofferta apre ora la partita parlamentare, dove servirà la maggioranza assoluta per approvare la relazione, mentre resta aperto il confronto con la Commissione europea. Meloni ha mostrato irritazione per l’accoglienza fredda riservata da Bruxelles alla sua lettera per ottenere flessibilità sul caro vita, ma ha rassicurato i partner di coalizione puntando all’Ecofin di metà ottobre: «Andiamo avanti, anche l’altra volta sull’energia non sembravano esserci spiragli, invece abbiamo portato a casa il risultato».
Resta però sullo sfondo lo spettro della legge di bilancio, ultima della legislatura, su cui il ministro Giorgetti predica la massima prudenza. Una linea rigorista incrinata dai continui strappi di Salvini, che rilancia le sue storiche bandiere elettorali: Flat Tax fino a 100 mila euro, Quota 64 sulle pensioni e il prelievo sugli extraprofitti bancari, quest’ultimo osteggiato duramente da Tajani. Ad appesantire il clima d’incertezza si sono aggiunte infine le dichiarazioni del viceministro Maurizio Leo, che evocando il rischio di un “tracollo finanziario stile Grecia” ha costretto Palazzo Chigi a una precipitosa smentita per evitare fibrillazioni sui mercati.





