Luiz Inácio Lula da Silva ce l’ha fatta di nuovo. Sconfiggendo al ballottaggio Flavio Bolsonaro con il 51,79% dei voti, lo storico leader della sinistra conquista la rielezione alla presidenza del Brasile, assestando un colpo durissimo all’avanzata delle destre radicali in America Latina e mettendo a segno una sonora sberla diplomatica contro la Casa Bianca di Donald Trump.
Il baluardo rosso contro l’avanzata delle destre
Un risultato storico che spezza la catena di successi della destra nell’emisfero occidentale, dall’Argentina di Javier Milei al Cile di José Antonio Kast, fino alla Bolivia di Rodrigo Paz e al Perù di Keiko Fujimori. Insieme al Messico di Claudia Sheinbaum e all’Uruguay di Yamandú Orsi, il Brasile si conferma la roccaforte inespugnabile della sinistra democratica, forte del suo peso economico, demografico e geopolitico globale.
Le manovre ombra del Dipartimento di Stato americano
A rendere la vittoria di Lula un vero e proprio capolavoro politico sono i dettagli dell’ingerenza americana emersi in queste ore. Un’inchiesta bomba firmata dall’agenzia Reuters ha svelato la pesante manovra orchestrata da uomini chiave del Dipartimento di Stato americano, guidato da Marco Rubio, per spianare la strada al ritorno della famiglia Bolsonaro dopo la condanna dell’ex presidente Jair per il tentato golpe del 2022.
La clava geopolitica di Washington: sanzioni, dazi e ricatti
Secondo quanto ricostruito da dieci funzionari e alti dirigenti statunitensi, elementi di primo piano come Darren Beattie e Ricardo Pita hanno lavorato dietro le quinte per convertire il sostegno di Washington sulla candidatura del figlio, Flavio Bolsonaro, mettendo sotto scacco le istituzioni brasiliane. Per favorire il clan conservatore, l’amministrazione Trump non ha esitato a usare la clava geopolitica, imponendo sanzioni personali contro Alexandre de Moraes, il giudice della Corte Suprema simbolo delle inchieste sul golpe bolsonarista, introducendo dazi ritorsivi sui prodotti brasiliani con il pretesto di fermare la presunta persecuzione giudiziaria dell’opposizione, e spingendosi fino alla designazione dei cartelli criminali locali come gruppi terroristici per giustificare ingerenze sulla sicurezza nazionale.
La risposta di Brasilia e il fallimento della Casa Bianca
Nonostante l’enorme spinta economica, mediatica e sanzionatoria esercitata dagli Stati Uniti, l’elettorato brasiliano ha respinto al mittente il tentativo di colonizzazione politica. Pur senza un endorsement formale espresso in prima persona da Donald Trump, la diplomazia americana incassa un fallimento cocente nel suo cortile di casa. Tra i festeggiamenti a Brasilia, il popoloso gigante sudamericano riafferma la propria sovranità di fronte alle intimidazioni esterne. Con la riconferma del Presidente operaio, il Brasile si riprende il ruolo di perno dei BRICS e di baluardo contro il sovranismo di marca americana, trasformando la sconfitta del clan Bolsonaro in una lezione di dignità nazionale.





