Per la Procura di Milano non vi sono dubbi: le azioni, i manifesti e i messaggi social diffusi da Youssef Siher non rientravano in una semplice mobilitazione politica o di dissenso sociale, ma rispondevano a un rigido e pianificato progetto eversivo finalizzato a scardinare l’ordine pubblico e destabilizzare le istituzioni.
Nel provvedimento di fermo firmato dalla pm Francesca Crupi e dal procuratore capo Marcello Viola, la magistratura milanese ha speso parole durissime nei confronti del trentenne ricercatore e politologo, chiedendo al Giudice per le Indagini Preliminari la convalida della misura e la contestuale applicazione della custodia cautelare in carcere.
L’accusa dei pm: un disegno eversivo per scatenare la paura nelle città
Secondo la ricostruzione degli inquirenti coordinati da Polizia Postale e Digos, Siher ha strutturato un vero e proprio piano destabilizzante, sfruttando la scia delle violenze e dei saccheggi del 17 e 18 ottobre per paralizzare il capoluogo lombardo e le altre grandi città.
Attraverso i canali social del Movimento 17 Ottobre e un canale Telegram lievitato rapidamente ad oltre 6.000 iscritti, l’indagato ha alimentato un clima di grave pericolo e di terrore diffuso. Un impatto intimidatorio reale sul tessuto sociale, testimoniato — come evidenziato dagli atti della Procura — anche dalla decisione di centinaia di commercianti e negozianti di chiudere le saracinesche in anticipo o barricare le vetrine con assi di legno e barriere di protezione per prevenire le devastazioni.
Istigazione al terrorismo e la violenza contro il “Sistema”
Nel faldone d’accusa la magistratura contesta a Siher i reati di istigazione a delinquere con finalità di terrorismo e violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche. I magistrati sottolineano come l’ideatore del gruppo fosse riuscito a «spronare» centinaia di militanti radicali, dimostratisi «pronti a usare la violenza per portare a termine il proprio obiettivo contro il Sistema» e a tentare di far scattare la rivolta aperta in piazza contro l’esecutivo.
A fare da perno all’ipotesi d’accusa c’è il rinvenimento nel computer dell’indagato del presunto “manuale per la disobbedienza civile”, un testo ispirato alle tecniche d’assalto e di destabilizzazione della piazza egiziana del 2011, considerato dai pm la prova regina del suo disegno politico eversivo.
Il concreto pericolo di fuga
A fondamento della richiesta della misura cautelare del carcere, i pm di Milano pongono infine un marcato e concreto pericolo di fuga. Secondo la Procura, l’indagato avrebbe dimostrato una rete di contatti internazionali, una spiccata padronanza informatica e capacità logistiche tali da permettergli di far perdere repentinamente le proprie tracce sul territorio nazionale o all’estero prima che la giustizia possa compiere il suo corso. Il trentenne si trova ora rinchiuso nel carcere di San Vittore in attesa dell’udienza di convalida dinanzi al GIP.





