Nel transatlantico e tra i corridoi di Palazzo Chigi non si parla d’altro: il gran pallottoliere della legislatura segna la scadenza delle urne per il prossimo maggio 2027. L’idea di tirare a campare fino al termine naturale di settembre fa venire i brividi alla maggioranza. Vorrebbe dire trascinare i deputati a fare i comizi sotto l’ombrellone, con gli italiani inferociti e l’ombra di un’astensione record, ma soprattutto all’indomani delle amministrative nelle grandi città, dove il centrosinistra si appresta a fare il pieno di sindaci. Ecco perché la premier medita lo sgambetto preventivo: accorpare tutto in un solo election day primaverile per disinnescare la bomba ed evitare il logoramento.
Un bel cambio di passo per la destra, che all’urna unica ha sempre guardato col fumo negli occhi. Adesso invece la condottiera di Fratelli d’Italia ci ragiona sopra volentieri, pregustando persino il ritorno delle preferenze nella nuova legge elettorale per riempire le liste di fedelissimi.
Il pallottoliere del Palazzo e l’inciucio istituzionale
Dietro il gran tramestio per votare a maggio si nasconde il classico rebus che toglie il sonno ai politologi di maggioranza: l’onda del voto nazionale salverà i candidati sindaci del centrodestra o le bastonate nei Comuni finiranno per affondare i seggi alla Camera? Nel dubbio, chi consiglia la premier spinge per infilare tutte le schede nella stessa urna, così da non arrivare a Palazzo Chigi con le ossa rotte dopo le amministrative.
Per mettere in piedi il teatrino delle urne a maggio serve però la complicità delle opposizioni. Il copione parlamentare è già scritto nei dettagli: si partirebbe con la sfilata della premier in Aula per le comunicazioni di rito, per poi salire di corsa al Quirinale a consegnare le dimissioni nelle mani del Capo dello Stato e ottenere la firma sul decreto di scioglimento delle Camere, evitando così la figuraccia della sfiducia in diretta tv.
Una melina impeccabile per evitare i drammi del passato alla Draghi. Ma non tutti in maggioranza remano dalla stessa parte: tra i leghisti e i berlusconiani c‘è chi storce il naso e fa notare alla capa del governo che rimanere in sella fino in autunno garantirebbe più peso e poltrone nei vertici europei.
L’ossessione del caro-bollette e i cattivi pensieri della premier
A mandare all’aria i calcoli dei suggeritori di Palazzo Chigi, però, potrebbe essere la grande storia con le sue sventure. Tra le feluche e i riservatissimi colloqui con i fedelissimi della sua cerchia, la premier lo ha fatto capire senza troppi giri di parole: se la situazione internazionale precipita, i pallottolieri di partito vanno dritti nel cestino. «Se si aprissero spiragli sull’Ucraina o su Hormuz…», va ripetendo nei momenti di sconforto la sora Giorgia, lasciando la frase a metà.
Il vero incubo che agita i sonni del governo non sono le mozioni delle opposizioni, ma il costo dell’energia e la benzina alle stelle derivanti dai conflitti. Nei sondaggi segreti che girano sulle scrivanie del potere, ben sette italiani su dieci addebitano i rincari e il carovita direttamente alle incapacità dell’esecutivo. Ecco perché dal cerchio magico di FdI predicano prudenza: se i mercati e le guerre dovessero sbandare, la priorità della stabilità nazionale travolgerà qualsiasi tentazione di voto anticipato, costringendo tutti a restare in trincea fino all’ultimo giorno.

