La nascita dello spirito agonistico e il legame con Omero
Tutto ebbe inizio con Achille. Durante il sanguinoso assedio di Troia, l’eroe greco, distrutto dal tormento per la morte del caro Patroclo, decide di interrompere le ostilità. Egli organizza dei giochi, sfide fisiche tra combattenti per onorare la memoria del compagno scomparso. Il poema di Omero definisce così l’origine dell’attività sportiva nel mondo occidentale. Da quel preciso istante, il desiderio di superare l’altro — in modo rituale e privo di violenza — entra profondamente nel carattere dell’agonismo, mentre l’annientamento del rivale resta l’obiettivo bellico. In entrambi i contesti, il traguardo supremo rimane il trionfo.
“Quando ho visto la riproduzione scenica della Nike di Samotracia durante la cerimonia di chiusura delle Olimpiadi di Parigi, ho pensato che anche noi avremmo dovuto utilizzare la nostra Vittoria Alata in occasione delle Olimpiadi Milano-Cortina” dichiara con entusiasmo Stefano Karadjov, che guida la Fondazione Brescia Musei. Il 2026 rappresenterà infatti un momento fondamentale per il bronzo bresciano: la città festeggerà i due secoli dalla scoperta fortuita, avvenuta il 20 luglio 1826 in una intercapedine del tempio di Brixia. Il calendario ufficiale prevede che il 17 gennaio la Fiamma olimpica giunga proprio al Capitolium, mentre si accenderà il braciere all’interno della sala che accoglie la scultura, oggi valorizzata dal nuovo progetto estetico di Francesco Vezzoli.
Un incontro materno tra icone e idoli
L’esposizione intitolata Victoria Mater. L’idolo e l’icona, visitabile fino al 12 aprile 2026, permette di riflettere nuovamente sul significato del mito. Francesca Bazoli, la presidente della Fondazione bresciana, sottolinea come l’opera riaffermi “i valori simbolici legati alla competizione sportiva attraverso la cultura che custodisce un immaginario simbolico analogo”. In questo allestimento, la figura femminile alata incontra l’Idolino di Pesaro, un raffinato bronzo proveniente dal Museo Archeologico Nazionale di Firenze. Francesco Vezzoli ha ideato questo confronto tornando appositamente nel suo luogo d’origine.
Donatieu Grau, curatore della mostra, ricorda l’intensità della preparazione: “Mi mostrava i suoi punti di riferimento: la casa del gallerista Massimo Minini, il posto dove abitava un vecchio amico che collezionava la rivista ‘The Face’, la via lungo la quale suo padre, l’avvocato Vezzoli, ha lo studio e poi ovviamente il Capitolium“. Secondo il curatore, l’installazione funziona come una riflessione profonda sulla connessione dell’artista con le sue radici e la figura materna, ma descrive anche il rapporto vitale tra la città di Brescia e la sua complessa stratificazione storica.
La metamorfosi dell’atleta e la luce del mattino
In una cornice teatrale illuminata dai colori dell’alba, gli spettatori osservano da una gradinata la statua della Vittoria e il giovane nudo, che volge le spalle ai visitatori. Sullo sfondo, le ombre delle figure si stagliano sulla parete della “caverna” progettata da Juan Navarro Baldeweg, creando una silhouette che trasforma la divinità in una madre protettiva che benedice l’atleta. In passato, l’Idolino fungeva da supporto per lampade durante le cene notturne, ma oggi assume un significato nuovo.
Daniele Federico Maras, direttore del museo fiorentino, spiega che il bronzo, pur risalendo all’età di Augusto, richiama lo stile di Policleto. Egli afferma: “Oggi in questa nuova luce, si trasforma nell’incontro con la Vittoria in un corpo umano simbolo di speranza”.
Scambi culturali e la verità dei miti attuali
Il museo di Firenze riceverà in cambio il prestito per la mostra Icone di potere e bellezza, prevista dall’11 dicembre 2025. Questo progetto espone tre teste bronzee di regnanti romani, restaurate grazie alla collaborazione con l’Opificio delle Pietre dure. Emanuela Daffra osserva che ogni intervento tecnico rappresenta una chance di approfondimento scientifico e conclude citando Sallustio: “i miti non furono mai, ma sono sempre”.
In questo modo, Francesco Vezzoli rigenera le due sculture. La Vittoria, che un tempo celebrava il trionfo di Vespasiano su Vitellio nel 69 d.C., abbandona definitivamente lo scudo bellico. Essa sceglie invece di stringere dolcemente l’Idolino, trasformando l’antico manufatto nell’emblema universale del giovane sportivo.
