Nell’intervista pubblicata dal Corriere della Sera, l’ex ministro degli Esteri ucraino Dmytro Kuleba torna a parlare dei possibili spiragli diplomatici con la Russia e mette in fila paletti precisi. Sul messaggio arrivato da Mosca dopo il 9 maggio, dice che “l’avviso mandato da Putin è di per sé un segnale positivo”, ma avverte subito che non basta.
Per Kuleba, senza cambiamenti concreti non si va da nessuna parte. Servono tre condizioni: “la fine dei raid contro le città ucraine”, il “riconoscimento dell’altra parte come interlocutore legittimo” e la rinuncia a richieste che colpiscono la sovranità di Kiev, in particolare sul Donetsk. In caso contrario, “parlare di apertura negoziale rischia di essere soltanto propaganda”.
L’ex ministro distingue tra segnali politici e realtà sul terreno. “Se alla retorica non segue un cambiamento concreto, non siamo davanti a un processo di pace ma a un’operazione tattica”. Per questo invita Ucraina e alleati a non confondere le fasi: “L’Ucraina non può permettersi di confondere un segnale con una soluzione”.
Uno dei punti più delicati riguarda la mediazione internazionale. Dopo la proposta russa di coinvolgere figure vicine a Mosca, Kuleba parla di una scelta che punta a spaccare l’Europa: “Putin ha cercato di umiliare l’Europa”. Da qui la richiesta: serve un mediatore diverso, “autorevole, indipendente e credibile”, perché un tavolo sbilanciato perde valore prima ancora di partire.
Anche il ruolo degli Stati Uniti viene messo sotto osservazione. Se la mediazione non ascolta allo stesso modo Kiev e Mosca, “la fiducia nel processo si indebolisce”. Per Kuleba, la diplomazia non regge se una parte si sente esclusa. Sui casi di corruzione che toccano figure vicine a Zelensky, l’ex ministro li legge come prova di tenuta istituzionale: “Nessun Paese è immune dalla corruzione”, e la loro emersione non riduce la credibilità internazionale dell’Ucraina.
Infine lo sguardo sulla guerra che verrà: per Kuleba l’estate non segnerà una svolta della guerra sul terreno, ma un aumento degli attacchi dall’alto. “Sarà soprattutto una guerra nei cieli”, con più missili e droni su entrambe le parti.
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