Secondo un sondaggio della CGIL, un rider riceve tra i 2 e i 4 euro a consegna. Il tempo medio per ogni consegna è di circa mezz’ora. Si tratta ovviamente di un compenso lordo, a cui sottrarre contributi, IRPEF e altre trattenute. Facendo qualche semplice calcolo, il risultato è impietoso.
Il nodo dei contratti
Il problema principale risiede nel fatto che i rider contrattualmente sono liberi professionisti pur lavorando nelle condizioni di lavoratori subordinati, dovendo sottostare alle logiche algoritmiche delle piattaforme. Queste, inquadrandoli come partite IVA, li privano di tutte le garanzie dei lavoratori dipendenti. Niente ferie, niente malattia ma tutti gli obblighi di chi un dipendente lo è a tutti gli effetti.
Le indagini
La vicenda inizia il 19 febbraio, quando il gip Roberto Crepaldi convalida il decreto d’urgenza del pm Storari su Foodinho, filiale italiana del gruppo spagnolo Glovo. Da lì l’inizio di un confronto tra i responsabili aziendali e l’amministratore giudiziario Adriano Romanò, con il compito di avviare la regolarizzazione dei lavoratori. Le verifiche dei Carabinieri del Nucleo Ispettorato del Lavoro hanno rilevato compensi fino al 90% inferiori ai minimi previsti dalla contrattazione collettiva, al di sotto persino della soglia di povertà. La Procura parla di retribuzioni “non proporzionate né alla qualità né alla quantità del lavoro prestato”. Elemento che rafforza l’ipotesi di uno sfruttamento sistemico perpetrato per anni

Generata con AI
Caporalato algoritmico?
Nei fatti è un algoritmo a decidere il guadagno dei rider. Determina il tempo effettivo di consegna, senza considerare lavorativo il tempo di attesa dell’ordine. Il reato contestato è la violazione dell’articolo 36 della Costituzione, che garantisce retribuzioni capaci di assicurare “un’esistenza libera e dignitosa“. Ideati per ottimizzare consegne e performance, gli algoritmi garantiscono sì maggiore efficienza nel servizio, ma anche presunte penalizzazioni cin caso di assenze per sciopero o malattia. Per questo la gestione algoritmica della piattaforma viene accostata ad una forma di caporalato digitale. Le due società non hanno ancora risposto alle accuse più recenti.
Qualcosa sta cambiando
L’esito delle indagini potrebbe segnare un possibile punto di svolta. Per la prima volta, la magistratura interverrebbe direttamente sulle politiche aziendali delle piattaforme. L’obiettivo è garantire ai rider contratti regolari, retribuzioni dignitose e le stesse tutele riconosciute a qualsiasi altro lavoratore dipendente.
Intanto Usb invita i lavoratori a scendere in piazza. L’obiettivo garantire “un presidio costante del territorio per fermare lo sfruttamento e garantire che la regolarizzazione disposta dai giudici diventi realtà per ogni rider d’Italia.” Qualcosa già è in atto. Se oggi infatti è il lavoratore a dover dimostrare di essere un dipendente subordinato, con la direttiva europea del 2024, che entrerà in vigore da dicembre 2026, sarà la piattaforma a dover dimostrare il contrario. Secondo Usb ancora troppo poco.
A cura di Alessandro Marotta
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