L’effetto valanga delle elezioni di medio termine negli Stati Uniti impiega pochissimo a scuotere la maggioranza di governo, innescando una tragicomica gara a chi prende più in fretta le distanze da Mar-a-Lago. A guidare la carica dell’amnesia strategica è il segretario di Forza Italia e titolare della Farnesina, Antonio Tajani, che con candore disarmante pronuncia le parole che fanno saltare il banco: «Mai stati trumpiani. Neanche Meloni è una MAGA, ha detto tante volte di no a Trump».
Un tentativo di riscrittura della storia che sbatte violentemente contro la realtà dei fatti e scatena l’immediata reazione del centrosinistra. Il portavoce di Europa Verde, Angelo Bonelli, affonda il colpo ricordando i dettagli che la maggioranza vorrebbe rimuovere: «Si vergognano del loro passato! Tajani è lo stesso ministro degli Esteri che alla prima riunione del Board of Peace di Trump si è fatto fotografare con il cappellino MAGA in mano». Gli fa eco Piero De Luca del PD, che definisce il vicepremier «un abile illusionista», mentre il pentastellato Riccardo Ricciardi sferza Palazzo Chigi con amara ironia: «Magari adesso verranno a raccontarci che non hanno mai proposto il Nobel per la pace a Trump…».
Il Campo Largo annusa la svolta e Salvini scarica le colpe su Washington
La ritirata a rotta di collo del centrodestra si trasforma in benzina pura per le opposizioni, pronte a saldare la sconfitta del trumpismo al futuro del governo italiano. Per Elly Schlein il verdetto delle urne americane è la dimostrazione plastica che «queste destre che portano soltanto guerre, divisioni, recessione e carovita si possono battere». Sulla stessa linea Giuseppe Conte, che sollecita ad «approfittare dell’onda per voltare pagina anche in Italia», mentre Matteo Renzi invoca il superamento di ogni divisione interna al fronte progressista per farsi trovare pronti alla sfida decisiva del 2027.
Nel frattempo, la maggioranza si sfilaccia in correnti di pensiero contrapposte per attutire il colpo. Se Forza Italia tenta la via del profilo istituzionale con Licia Ronzulli che ammette a denti stretti «la significativa bocciatura della linea di Trump», Matteo Salvini si accoda subito alle giustificazioni di JD Vance: per il capo della Lega il crollo dei repubblicani è da addebitare unicamente «al peso delle guerre in Medio Oriente e in Ucraina e al conseguente carovita». Dalle parti di Fratelli d’Italia domina invece un silenzio imbarazzato, interrotto solo dall’affondo interno di Roberto Vannacci, che avvisa Giorgia Meloni: «Le promesse disattese si pagano a caro prezzo. Chi non cambia strada fa la stessa fine di Trump».

