Il terremoto politico che ha azzoppato la presidenza Trump si riflette immediatamente sullo scacchiere del Medio Oriente. Da Teheran le reazioni al voto di medio termine mostrano una spaccatura evidente. Da una parte, il presidente del Parlamento Mohammad Ghalibaf interpreta l’esito come una bocciatura popolare della linea bellicista: «Per una questione di coscienza o per il costo della vita, gli americani hanno detto no alla guerra, e noi appoggiamo questo messaggio». Dall’altra, la Guida Suprema Mojtaba Khamenei sbarra la strada a qualsiasi illusione di pacificazione, tuonando che «chi immagina che facendo concessioni si possa dissuadere l’America dalla sua ostilità si sbaglia di grosso» e definendo la resa «un tradimento del sangue dei martiri».
Ad alzare la tensione a livelli critici per la sicurezza del nostro Paese è tuttavia l’avvertimento lanciato dal deputato della Commissione Sicurezza Ahmad Bakhshayesh Ardestani, che invia un messaggio d’allarme diretto alle cancellerie europee: «Se gli Stati Uniti utilizzeranno le proprie basi in Europa, comprese quelle in Italia e Germania, i missili iraniani saranno lanciati verso l’Europa». Una dichiarazione di guerra iper-aggressiva che intreccia la crisi del Golfo con la sicurezza delle infrastrutture militari presenti sul territorio italiano.
La prudenza delle superpotenze e l’entusiasmo di Sánchez
Se il Cremlino si limita ad auspicare formalmente che Donald Trump «continui i suoi sforzi per la pace» e Pechino liquida l’esito elettorale come una meramente «questione interna» su cui proseguire la cooperazione, in Europa l’impatto politico è dirompente. Per il premier britannico Andy Burnham il voto rappresenta un’occasione per affrontare la morsa del caro vita, la cui soluzione resta legata all’interruzione dei conflitti in Medio Oriente e in Ucraina. Sul fronte brussellese, l’Alta Rappresentante UE per la Politica Estera Kaja Kallas fully auspica che il nuovo Congresso americano «continui a sostenere Kiev ed eserciti una maggiore pressione sulla Russia», mentre il ministro degli Esteri Antonio Tajani getta acqua sul fuoco ribadendo che gli USA restano «la più grande democrazia del mondo» e che «il rapporto con l’Italia non cambia».
Di segno diametralmente opposto la reazione del premier spagnolo Pedro Sánchez, che legge la disfatta del Partito Repubblicano come l’inizio della fine per il modello sovranista globale: «La società americana ha votato contro le politiche che non fanno altro che impoverire le persone, contro l’odio, il sessismo, il negazionismo climatico e i privilegi delle élite. L’ondata di estrema destra si sta sgretolando, e succederà presto anche in Spagna».

