(Adnkronos) – I dati economici sono sempre, per definizione, in ritardo. E a maggior ragione lo sono oggi, di fronte al continuo tira e molla della guerra in Iran. Non perchè siano sbagliati o approssimativi ma perché in una fase di grande incertezza e di rapidissimo cambiamento dello scenario di riferimento, sono già vecchi quando vengono pubblicati. Nel senso che si riferiscono a una fotografia che la successione frenetica degli eventi rende non più fedele alla realtà.
Questo vale per l’andamento del Pil, per la produzione industriale, per l’inflazione e per tutti gli indicatori che usiamo abitualmente per comprendere quale sia lo stato di salute dell’economia. E’ inevitabile che sia così ma se in un periodo di ordinaria amministrazione l’andamento reale è quasi sempre in linea con il trend descritto dai dati, in una fase come quella che stiamo vivendo lo scostamento può diventare rilevante.
E’ quello che temono, in particolare, gli industriali italiani. L’ultimo rapporto del Centri studi di Confindustria mette nero su bianco proprio la preoccupazione per un’evoluzione della crisi che può essere più rapida di quello che i numeri possano rappresentare. Nel questionario di marzo dell’Indagine Rapida sull’attività nell’industria italiana, somministrato tra il 18 e il 25 alle grandi imprese del settore associate a Confindustria, è stato chiesto di individuare i principali ostacoli connessi al conflitto in Medio Oriente, distinguendo tra criticità già emerse e problematiche attese in caso di un prolungamento oltre un mese. Questo ha consentito al Centro Studi Confindustria di raccogliere informazioni dirette sugli impatti della guerra subiti dalle aziende industriali italiane, in netto anticipo sui dati statistici ufficiali.
I risultati mostrano come le preoccupazioni si concentrino soprattutto su tre fattori: il costo dell’energia, i costi di trasporto e assicurazione e il costo delle materie prime non energetiche. Quest’ultima voce assume un rilievo maggiore nelle prospettive, risultando la principale fonte di preoccupazione qualora il conflitto si protragga. Nel complesso, i risultati evidenziano come le pressioni sui costi risultino, al momento, più rilevanti rispetto alle difficoltà di approvvigionamento. In sostanza, le ripercussioni della guerra sono ora sui prezzi e in prospettiva sui volumi.
Ma il fattore tempo rischia di invertire i due piani. In una prospettiva di più lunga durata del conflitto, sale la quota di imprese che indica criticità nella fornitura di materie prime e aumenta anche la preoccupazione delle imprese per i siti produttivi nei paesi del Golfo coinvolti. Per questo il costo dell’energia, che è stimato crescere fino a 21 miliardi nello scenario peggiore, è solo uno degli elementi da considerare.
Allargando la prospettiva dalla sola dimensione industriale, a quella commerciale e dei servizi, includendo anche le ripercussioni sull’andamento del turismo e quelle sui prezzi al consumo, la conclusione è che, senza una soluzione duratura della crisi in Medio Oriente e la fine del conflitto, la crisi economica possa avere una proporzione molto diversa, e più larga, rispetto a quello che i dati disponibili possono far prevedere oggi. (Di Fabio Insenga)
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