(Adnkronos) –
“Il mio segreto? Io ascolto”. Due parole, quasi una dichiarazione di metodo, per spiegare come si fa a convincere un ospite a mettere da parte le risposte preparate e a raccontarsi davvero. Maria Latella, giornalista e conduttrice di ‘La Biblioteca dei sentimenti’, il programma di Rai3 che ha portato i libri e le emozioni nel sabato pomeriggio televisivo, sembra avere le idee chiare: non servono confessioni strappalacrime né rivelazioni a effetto, ma la capacità di ascoltare e di andare oltre l’immagine pubblica. E i risultati, con ascolti che hanno raggiunto il 4,6% di share e picchi del 5,9%, sembrano darle ragione.
Una scommessa vinta, dunque, anche se la prima stagione autunnale sta per concludersi. “Siamo contenti, ma anche un po’ dispiaciuti di doverci fermare”. Dopo l’ultima puntata, il programma lascerà spazio alle repliche di Report, per tornare a dicembre con due speciali natalizi, in onda il 26 dicembre e in un’altra data ancora da definire. “A Natale si vendono e si leggono libri”, osserva Latella, che in questa formula televisiva ha trovato un modo per raccontare le persone attraverso le loro letture, le loro passioni e, qualche volta, anche le loro ferite.
Si aspettava un interesse così forte per un programma dedicato ai libri e ai sentimenti?
“Ho sempre fiducia nei telespettatori. Sono convinta che ci sia un pubblico della Rai che ha voglia di parlare di personaggi, di romanzi, di scrittori, di conoscerli e di scoprire anche autori che mai avrebbe immaginato. Mi interessa raccontare le diverse nature di chi scrive: c’è lo scrittore che fa questo mestiere, come Alessandro Piperno, e c’è chi si improvvisa scrittore, come Francesco Paolantoni. Ma sempre di libri si tratta. E attraverso un libro si può scoprire molto di una persona”.
Tra gli ospiti, Charlotte Casiraghi l’ha sorpresa particolarmente. Perché?
“Forse proprio Charlotte Casiraghi mi ha sorpreso più di tutti, perché non la conoscevo e, come tutti, avevo soltanto l’immagine della bellissima principessa, della bambina diventata una bellissima donna, con tutte le storie del Principato. Invece ho scoperto una persona con una profondità e una grande cura per le parole che sceglieva. È stata una sorpresa, indubbiamente”.
Un libro può rivelare molto più di un’intervista tradizionale?
“Esattamente. Quando scrivi un libro, gli altri ti giudicano: possono dire che è bello, che è brutto, che potevi farne a meno. Charlotte Casiraghi non era tenuta a sottoporsi a questo giudizio, eppure evidentemente qualcosa dentro di lei l’ha spinta a farlo. Si è cimentata con un libro difficile, nel quale racconta la filosofia ma anche le proprie ferite, un’infanzia segnata dalla morte precoce del padre. Uno scrittore racconta i suoi personaggi, ma racconta anche se stesso. E credo che questo piaccia ai telespettatori”.
Come si fa a convincere un ospite a lasciare da parte le risposte preparate e a raccontarsi davvero?
“Credo che oggi le persone siano più abituate a raccontare se stesse. C’è chi lo fa con ironia, ed è quello che preferisco, e chi lo fa con intensità. Ma a ‘La Biblioteca dei sentimenti’ non cerchiamo la rivelazione che fa lo scoop. Se capita, va bene, ma non puntiamo a una televisione strappalacrime, a quella che cerca di dire: ecco, anche lui ha questo vizio terribile. Il nostro compito è raccontare gli scrittori nelle loro diverse nature e, soprattutto, ricordare che in qualsiasi stato d’animo ci si trovi, qualunque sentimento si stia provando in una certa fase della vita, c’è sempre un libro nel quale ci si può specchiare e trovare conforto”.
La lettura come una sorta di terapia?
“Come un balsamo, direi. Stefania Auci ha raccontato che, quando è morto suo padre, si è immersa nella saga di Harry Potter e ha trovato consolazione. La lettura permette alla mente di appropriarsi delle storie degli altri, e questo può aiutare a lenire le ferite che si hanno in quel momento. È una cosa che ho sempre pensato: i libri possono accompagnarci in tutte le stagioni della vita”.
Lei come riesce a far sì che un ospite abbandoni le risposte preparate e si racconti veramente?
“Io ascolto”.
Due parole che sembrano racchiudere l’intera filosofia dell’intervista.
“Abbiamo avuto ospiti che si sono messi in gioco con grande generosità: Stefania Auci, la scienziata Amalia Ercoli Finzi, la cantante Giusy Ferreri, Mauro Corona, che ha scritto un libro molto intenso dedicato alla morte del fratello Felice e nel quale racconta tanto anche di sé. Mi sono piaciuti molto anche Vinicio Marchioni e Andrea Vianello, che si sono raccontati con sincerità e ironia. E poi ci sono personaggi come Laura Morante che, quando si propongono come scrittori e non come attori, hanno forse più cose da raccontare. Un attore tende a raccontarsi restando dentro il personaggio di cui deve parlare in quel momento; quando sei scrittore, invece, ti apri di più”.
Se dovesse scegliere due o tre libri per raccontare le diverse stagioni della sua vita, quali sarebbero?
“Due sono pochi! Da piccola sono stati importanti ‘Piccole donne’ e ‘Un albero cresce a Brooklyn’. Nel primo mi identificavo in Jo, la ragazza che voleva diventare scrittrice. Io a sei o sette anni volevo fare proprio quello, la scrittrice, e mi riconoscevo completamente in lei. A dodici anni, invece, la mia insegnante di lettere mi diede ‘Un albero cresce a Brooklyn’, il racconto di una bambina a New York che è stato anche l’inizio del mio amore per gli Stati Uniti, un amore che ho coltivato per tutta la vita e che coltivo ancora. Ho una figlia che vive lì e ci vado quando posso. Poi c’è un altro libro fondamentale, che cito sempre: ‘Bel Ami’ di Maupassant, che ho letto intorno ai trent’anni. In generale, tutta la letteratura francese di quel periodo è stata molto importante per me”.
Ha intervistato per anni protagonisti della politica e delle istituzioni. Oggi, attraverso i libri, sembra voler indagare soprattutto l’animo umano. È cambiato il mondo che vuole raccontare o il suo modo di guardarlo?
“In realtà vorrei fare le interviste letterarie ai politici. Sarebbe fichissimo! Perché attraverso i libri che hai letto, fosse anche soltanto il giornalino di Topolino, viene fuori il bambino che sei stato. Non è necessario aver letto grandi classici: va benissimo anche Stevenson o Salgari. Mi piacerebbe chiedere ai politici quarantenni di oggi che cosa leggevano da bambini, se hanno avuto un rapporto con i libri. La mia generazione ha avuto una formazione diversa, anche perché c’era più opportunità di leggere. Io sono cresciuta a Sabaudia, dove c’era una sola libreria, ma avevamo una biblioteca e io prendevo tantissimi libri in prestito. Oggi i ragazzi sono cresciuti con la televisione, i social, il cellulare. Ma non credo che la passione per la lettura sia una questione generazionale: conosco ragazzine pazze per i romance. La lettura può appassionare a qualsiasi età”.
Lei è stata una delle giornaliste che hanno conquistato ruoli importanti in un mondo a lungo dominato dagli uomini. Per le giovani colleghe oggi è davvero più facile affermarsi?
“Credo che la capacità professionale delle giornaliste sia ormai riconosciuta. La tenacia, la voglia di non mollare, di trovare la notizia: su questo non c’è più nulla da discutere. I problemi, però, restano quelli legati alla gestione delle aspirazioni professionali insieme alla vita personale e familiare. Per me, esattamente come per una giornalista di trent’anni oggi, avere una figlia è stata una prova di forza, di equilibrismo, di acrobazie che non vengono richieste a un giornalista uomo”.
Un equilibrio che ha avuto anche un prezzo personale.
“Quando facevo la cronaca politica al Corriere della Sera volevo essere allo stesso livello dei miei colleghi maschi, avere le notizie, dare i cosiddetti buchi, essere sempre sul pezzo. Ma questo significava sacrificare delle cose. Il mio tempo era diviso tra il giornale e quello che volevo dedicare a mia figlia, che era piccola. Per anni non ho coltivato amicizie: non c’era proprio lo spazio fisico per farlo. Una volta mia figlia Alice, che aveva undici anni, mi ha detto: ‘Mamma, ma tu non hai amiche?’. E io le ho risposto: ‘È vero, Alice, hai ragione. Ma dove lo trovo il tempo per uscire con le amiche, se ho mezz’ora e porto te a una festa di bambini e il sabato non ho un minuto libero?’. È una domanda che mi è rimasta impressa”.
Dopo tanti anni di interviste, c’è ancora qualcuno che sogna di incontrare e a cui vorrebbe fare una domanda senza troppi filtri?
“In questo momento vorrei avere una conversazione franca e spietata con Peter Thiel o Sam Altman. Posso dire anche Dario Amodei, quello di Anthropic. Sono persone con le quali mi piacerebbe confrontarmi”.
Tre protagonisti della rivoluzione tecnologica. E Mark Zuckerberg?
“Mark Zuckerberg no, perché ho visto il film ‘The Social Network’ e ho capito che non so quanto sarebbe sincero”.
Quanto della ragazza cresciuta a Sabaudia è rimasto nella donna che è diventata?
“Quella ragazza sono io. Vado a Sabaudia tantissimo, c’ero anche ieri. Ci portiamo dietro quello che siamo stati da bambini e soprattutto da ragazzini: i nostri dodici, tredici anni ci segnano per sempre. Ovunque io sia, non sono mai completamente di nessun altro posto, perché il mio posto è lì, a Sabaudia. Vivo a Roma, vivo a Milano, raggiungo spesso mio marito a Parigi, ma il luogo che ti appartiene davvero è quello che ti porti dentro per tutta la vita. Sono una ragazza di Sabaudia e questo resterò”.
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