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martedì 28 Aprile, 2026
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Renzo Rubino: “Il mio festival ha un’anima, il concertone? Quello di Roma ha perso senso”

Da La Sintesi Online
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(Adnkronos) –
“Mi piace pensare che questa sia una nuova prima edizione”. Con queste parole, Renzo Rubino, cantautore e anima di Porto Rubino, riassume lo spirito che guida l’ottava edizione del suo festival che quest’estate torna a solcare le coste della Puglia. Un evento che ha sempre fatto dell’unicità la sua bandiera – concerti su una barca, con il mare come scenografia e colonna sonora – ma che quest’anno ha “rimesso a fuoco la rotta”, come dice lui stesso. Una rotta che punta dritta alla qualità, al coraggio delle scelte e a un’esperienza più intima e profonda. Una svolta che si traduce in un formato più asciutto e coraggioso: meno artisti, ma a ciascuno è concesso un set completo, un vero e proprio concerto. Una scelta nata per alzare l’asticella della qualità. “Suoniamo su delle barche, le condizioni meteo cambiano. Avere tanti artisti portava delle difficoltà”, ammette.”Per poter dare una grande qualità bisognava asciugare, dando più spazio e voce a ciò che arriva dal mare”. 

Il risultato è un festival suddiviso in tre serate tematiche: Pensa, Balla e Canta. Si parte il 14 luglio da Taranto con Porto Rubino Pensa. Una serata dedicata alla riflessione, dove la musica incontra la narrazione. La scelta della città non è casuale. “Taranto è una città simbolo, da tempo al centro delle cronache. Ha un senso, un racconto”, sottolinea Rubino. Sul palco si alterneranno Angelica Bove, Carmen Consoli e Concita De Gregorio con Erica Mou. Un cast tutto al femminile nato da una “felice casualità”, come la definisce lui stesso. “Quando è venuta fuori la possibilità di avere Carmen, che per me è un sogno, è stato naturale costruire un cast adatto al suo concerto”. Il risultato è una serata di altissimo spessore culturale, guidata da un’artista “profondamente libera” come la Consoli, capace di dosare le parole e far riflettere. 

Il viaggio prosegue il 16 luglio a Savelletri con Porto Rubino Balla. Qui il ritmo guida la rotta e il mare diventa cassa di risonanza. Una deviazione inedita verso l’elettronica per unire club culture e suggestioni mediterranee. A far vibrare la costa saranno Acid Arab, Dardust, Frenetik e Jolly Mare. “È una scelta precisa, è qui che si fa la differenza,” rivendica Rubino, parlando della sua idea di portare la barca-palco al centro di un prato, con il pubblico attorno, per creare un’esperienza ancora diversa. Gran finale il 18 luglio a Otranto con Porto Rubino Canta, una celebrazione della canzone e delle sue traiettorie contemporanee. Sul palco saliranno Ditonellapiaga, Nico Arezzo, Vale LP e Venerus, protagonisti di una serata che raccoglie e rilancia l’energia del viaggio. Creare un festival così identitario è una lotta. Rubino non lo nasconde: “Ogni anno dico ‘basta, mollo'”. Le difficoltà sono quelle di un sistema musicale sempre più competitivo: i cachet in aumento, la “guerra” tra festival per accaparrarsi “l’artista di grido”. La sua risposta è una direzione artistica ostinata e contraria. “L’unico modo per esistere è creare realtà che vadano oltre l’ultimo singolo. Porto Rubino è un’esperienza, dove l’artista è importante quanto il luogo”. La responsabilità più grande che sente è “rimanere fedele alle mie idee, senza farmi trasportare dall’ansia di dover riempire per far quadrare i conti”. Una fedeltà che si scontra a volte con la burocrazia e le logiche delle amministrazioni locali, restie ad accettare scelte artistiche non convenzionali. È in questa visione che si inserisce la sua critica al Concertone del Primo Maggio di Roma, che a suo dire “ha perso tutto da secoli”, a vantaggio di quello di Taranto, che invece possiede “un senso, una narrazione, una lotta”. Il suo festival deve dare spazio ad artisti non necessariamente mainstream, perché altrimenti “a chi dobbiamo dare un luogo per potersi esibire, per potersi fare conoscere sempre di più?”. 

Questa coerenza è la stessa che Rubino applica alla sua carriera di musicista. Un percorso di lotta per la libertà espressiva, iniziato da giovanissimo a Sanremo e proseguito inventandosi “le giornate ogni volta”. Il suo processo creativo è un antidoto alle logiche di mercato: “Quando ti entra il tarlo ‘può funzionare’ è già sbagliato tutto. Io chiudo tutto e ciao”. Scrive solo quando sente un’urgenza autentica, anche a costo di lunghi silenzi, perché il mestiere dell’artista è “gettare il proprio essere in una canzone”. Alcuni brani, ammette, “li ho scritto solo per me”. E Sanremo? Oggi non ci tornerebbe. “Quello che sto facendo artisticamente non è adatto al Festival”, afferma. “Non pensavo che l’avrei detto ma ad oggi il festival è proprio lontano dal mio modo di concepire la musica. E’ un matrimonio che probabilmente non funzionerebbe”. Il suo ultimo disco con la banda, per esempio, difficilmente troverebbe spazio sul palco dell’Ariston. Ma il futuro è aperto: “Mai dire mai”. Il suo sogno, piuttosto, è un altro: “Mi piacerebbe fare il direttore artistico di Sanremo. Non so come ci si arriva, però…”. In un’epoca di riproducibilità digitale, Porto Rubino sceglie di essere un’esperienza unica e irripetibile. Un festival che vuole rimanere “artigianale”, “vintage”, dove la locandina è un quadro scovato in un mercatino e l’intelligenza artificiale, “per ora”, è bandita. Il sogno nel cassetto per le prossime edizioni è una serata chiamata “Lupi di mare”, con i giganti della musica italiana come Gianni Morandi, Renato Zero e Fausto Leali. Ma l’obiettivo finale, la vera essenza di Porto Rubino, rimane uno solo. Cosa spera che il pubblico si porti a casa? La risposta di Renzo Rubino è semplice: “Quella meraviglia che è tipica dei bambini. Porto Rubino è nato con la voglia di tornare bambini e di vedere una cosa incredibile e irripetibile”. (di Loredana Errico) 

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