L’Aran ha approvato il rinnovo del Contratto 2022-2024 per l’Area della Dirigenza Medica e Sanitaria. L’accordo riguarda 137mila dirigenti: 120mila medici e 17mila sanitari non medici. In busta paga arrivano 491 euro medi di aumento mensile. Inoltre, scattano arretrati che possono superare i 14mila euro. È un risultato atteso da anni, secondo alcuni non è ancora abbastanza.
Cosa prevede l’accordo
La pre-intesa era stata firmata il 18 novembre scorso, ora il testo è definitivo e operativo. Oltre agli aumenti, il contratto introduce novità importanti su più fronti. Si punta ad aumentare del 55% le assunzioni di medici neolaureati. Un segnale importante per un sistema che fatica a rinnovare il proprio organico. Cambiano anche alcune norme su ferie e protezione del personale sanitario.
Non tutti, però, hanno firmato. Fp Cgil Medici ha scelto di restare fuori dall’accordo. Il segretario nazionale Andrea Filippi è stato netto: “Non firmiamo oggi il definitivo perché non ci sono le condizioni sindacali minime economiche e normative”. Dall’altra parte, il ministro Zangrillo ha espresso piena soddisfazione, parlando di “un altro obiettivo concreto raggiunto da questo governo.”
La soddisfazione dei sindacati, tra luci e ombre
Di Silverio (segretario Anaao Assomed) e Quici (presidente Cimo-Fesmed) si dicono soddisfatti del risultato. Tuttavia, entrambi sottolineano un’occasione persa sul piano politico. In particolare, la legge di Bilancio e il Milleproroghe non hanno recepito la norma che avrebbe permesso il pagamento immediato degli aumenti dell’indennità di specificità. Le risorse erano già stanziate. Eppure restano bloccate, in attesa della firma del contratto 2025-2027. In altre parole, i soldi ci sono ma i medici dovranno aspettare ancora.

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Un segnale, non una soluzione
L’aumento salariale mensile è sicuramente un passo avanti, ma non basta di certo a risolvere i problemi strutturali della sanità pubblica italiana. I medici italiani restano tra i meno retribuiti d’Europa. Basti pensare che un medico specializzato in Germania o in Francia guadagna, in media, il doppio. Di conseguenza, ogni anno centinaia di giovani laureati scelgono di emigrare. Questa emorragia di talenti non si ferma con un rinnovo contrattuale ma servono riforme più profonde.
Inoltre, le carenze di organico sono ormai croniche. In molte regioni mancano medici di base, specialisti e figure di supporto. Le liste d’attesa si allungano, i pronto soccorso sono sotto pressione costante e lavorare in ospedale diventa ogni anno più difficile. In questo contesto, chi può scegliere spesso sceglie il privato, tanto tra i pazienti quanto tra i professionisti.
Il vero problema: senza riforme il contratto non basta
Gli stessi sindacati firmatari lo ammettono. Senza riforme politiche serie, l’accordo rischia di restare un episodio isolato che non risolve il problema del sottofinanziamento del sistema sanitario nazionale né invertirà la tendenza alla fuga dei giovani medici verso l’estero. Non ridurrà il ricorso crescente dei cittadini alle strutture private. Quindi la domanda che resta aperta è semplice: quanto a lungo la sanità pubblica può reggere senza un intervento strutturale?
L’Italia spende in sanità circa il 6,2% del PIL. La media europea è del 6,9%. Questo divario si traduce in meno medici, meno infermieri, meno strumenti e meno servizi. Un contratto siglato è sicuramente un passo avanti ma non risolve una situazione critica. Per farlo servirebbero investimenti stabili, un piano di assunzioni pluriennale e una riforma della formazione specialistica. Nessuno di questi elementi è ancora sul tavolo.
A cura di Alessandro Marotta
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