(Adnkronos) – “Bisogna evitare una visione caricaturale dell’immigrazione. L’identità e la dignità non sono sul passaporto“. Lo ha detto la scrittrice franco-marocchina Leila Slimani, intervenendo al festival Pordenonelegge, dove ha presentato il suo nuovo romanzo “Porterò il fuoco con me”, pubblicato da La nave di Teseo. Al centro dell’incontro i temi dell’immigrazione, della libertà, della lingua e dell’identità, questioni che attraversano anche il terzo e ultimo capitolo della trilogia “Il paese degli altri”.
Per Slimani, raccontare le migrazioni significa innanzitutto riconoscere la complessità delle persone che scelgono di partire. “Non stiamo parlando di due mondi: un mondo dove c’è la libertà e un mondo dove la libertà non esiste”, ha spiegato. Le persone che emigrano, ha osservato, sanno che “l’Europa non è un Eldorado e che possono incontrare difficoltà nel trovare documenti, integrarsi e trovare lavoro. Ma dietro ogni partenza ci sono motivazioni diverse: Ci sono ragazze che partono per cercare una libertà sessuale, per amore, ci sono coppie che partono per vivere più libere”.
La libertà, ha sottolineato la scrittrice, dipende da molte condizioni, tra cui le disponibilità economiche e l’ambiente sociale nel quale una persona vive. “Una persona può essere libera in Marocco e magari assolutamente non libera in Europa e viceversa”, ha detto. Per questo, secondo Slimani, è “necessario evitare discorsi semplificati che rischiano di trasformarsi in stereotipi e di avvicinarsi a discorsi d’odio e discorsi razzisti“.
Un altro tema centrale sottolineato dall’autrice di “E noi balliamo” e “Il profumo che i fiori hanno di notte” è stato il rapporto con la lingua araba. Nata in Marocco e cresciuta in un contesto francofono, Slimani ha raccontato di non aver mai imparato a parlare correntemente l’arabo e di aver vissuto a lungo questa condizione con un sentimento di colpa e di vergogna. “Non mi sentivo una vera marocchina”, ha raccontato. La scrittura della trilogia le ha permesso, ha spiegato, di comprendere le ragioni di questa frattura linguistica. I suoi genitori frequentarono le scuole coloniali, dove il francese occupava una posizione dominante. Il padre, originario di Fes e in seguito ministro delle Finanze del Marocco, arrivò a dover annotare foneticamente il proprio discorso in arabo in occasione del suo primo intervento davanti al Parlamento, perché non era in grado di leggere la propria lingua. Anche Slimani frequentò scuole francesi negli anni Ottanta, in un ambiente nel quale, ha ricordato, francese e inglese erano considerate lingue di prestigio. A suo giudizio, dopo gli attentati dell’11 settembre 2001, la lingua araba si è trovata ulteriormente schiacciata tra l’eredità della colonizzazione e le ideologie dell’integralismo islamista. Oggi, invece, la scrittrice dice di voler “rendere di nuovo libera” la lingua araba e restituirle “la sua bellezza”. Un percorso che passa anche dalle nuove generazioni: “I miei figli parlano e scrivono l’arabo meglio di me”, ha raccontato, indicando nella trasmissione della lingua ai figli un motivo di speranza.
Nel corso dell’incontro con la stampa Slimani ha affrontato anche il tema dell’identità degli immigrati di seconda generazione, rispondendo alla domanda di una giornalista e insegnante che ha raccontato la storia di una studentessa di origine marocchina, nata o cresciuta in Italia, che in Italia si sente marocchina mentre in Marocco viene percepita come non più marocchina. “Tutte le persone che emigrano conoscono questa sensazione”, ha risposto Slimani. L’immigrato, ha spiegato, si trova “su una barca che non è stabile e spesso sente di dover dare continuamente prova della propria appartenenza”. E’ una condizione che la scrittrice riconosce anche nella propria esperienza: da giovane, ha raccontato, quando era in Francia voleva sentirsi marocchina, mentre quando era in Marocco voleva sentirsi francese. Con il tempo, però, Slimani dice di aver superato questa necessità di definire la propria identità attraverso un’appartenenza nazionale. “Quando sono in Italia mi sento molto italiana”, ha raccontato esemplificando, spiegando il legame con la lingua, l’arte, il cibo e la cultura del Paese. “Il Mediterraneo, tutto il Mediterraneo, è il mio mondo, è la mia storia”, ha affermato. “Venezia, Istanbul e Siviglia – ha spiegato – fanno parte della mia identità tanto quanto i luoghi della mia origine”. Per le nuove generazioni, il messaggio che Slimani vorrebbe trasmettere è quindi “quello della possibilità di appartenere al mondo senza dover giustificare la propria identità attraverso documenti amministrativi, ma attraverso libri, film, incontri e luoghi”.
“Porterò il fuoco con me” è il terzo e ultimo capitolo de “Il paese degli altri”, trilogia ispirata alla storia della famiglia della scrittrice nel Marocco del secondo dopoguerra. Il romanzo segue Mia e Inès, terza generazione della famiglia Belhaj, nate negli anni Ottanta in una famiglia della buona borghesia marocchina. Sullo sfondo di un Paese sospeso tra modernità, libertà, tradizione religiosa e culturale e corruzione, le protagoniste sono chiamate a cercare il proprio posto nel mondo e a difendere la propria libertà, anche attraverso la scelta di lasciare la famiglia e cercare il futuro in Europa. (di Paolo Martini)
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