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domenica 26 Aprile, 2026
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Spari alla cena di Trump con i giornalisti, il nostro testimone: “Ho sentito i colpi e mi è stato subito chiaro, era un attentato”

Da La Sintesi Online
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(Adnkronos) – La cena dei corrispondenti della Casa Bianca era iniziata da pochi minuti. Donald Trump e quasi tutto il suo gabinetto presidenziale erano appena entrati, accolti dagli stessi giornalisti che questa amministrazione un giorno attacca, un giorno deride, un giorno critica duramente. A sorprendere i più, la presenza simultanea del presidente e del suo vice, JD Vance. La prassi di sicurezza li vorrebbe separati, ma si vede che per questa sera è stata fatta un’eccezione.  

Il menù prevedeva aragosta come portata principale, burrata come antipasto (provata senza grande soddisfazione, ndr), alcuni premi e una serie di lunghi discorsi dei membri dell’associazione, fino ad arrivare a quello del tycoon di New York, per la prima volta alla cena, verso le 22. La sicurezza, fin da subito, mi era sembrata di massimo livello: vari isolati chiusi al traffico attorno al Washington Hilton – la sede del gala – e metal detector per entrare nel perimetro della festa. Portafogli aperti e ispezionati. Tasche svuotate e cellulari controllati. Il problema è stato solo uno: chiunque, a piedi, poteva entrare. Specie se aveva una camera d’hotel. Come Cole Allen. 

Il mio tavolo era uno di quelli sfigati, lontano dal palco, vicino alla porta. Ma essendo la mia prima volta alla cena, mi sarebbe andato bene anche mangiare in cucina. Per chi non conoscesse la sala grande del Washington Hilton, ha tre ampie entrate, mentre una scalinata centrale porta al piano superiore dove spesso si organizza il cocktail di benvenuto e dove, solitamente, si passano i controlli di sicurezza. Il mio tavolo, il 219, era proprio a lato di questa scala.  

Erano passate le 20:30 da poco quando, seduto e anche un po’ annoiato, sento un forte colpo. Penso: “Sarà caduto un carrello con il cibo a qualche cameriere?” E poi, subito dopo, bam, bam, bam in rapida successione. Non era l’errore di un cameriere. Per esperienza personale, l’ho capito subito. Erano dei colpi di pistola. O forse qualcosa di più grande. Nonostante i forti rumori provenienti dal piano di sopra, saranno stati 20-30 metri al massimo, la sala della cena era talmente caotica e rumorosa che quasi nessuno se n’è accorto.  

Quando le persone che erano all’esterno hanno iniziato a scappare, cercando rifugio dove stavamo, è scoppiato il panico. Tutti hanno capito. E gridando: “Sparatoria, sparatoria”.  

Trump non si era accorto di nulla. “Stavo guardando per vedere cosa stesse succedendo”, ha detto. Sua moglie, al contrario, ha cercato subito rifugio. Gli agenti, in pochi secondi, li hanno portati via, insieme a Vance, mentre le persone cercavano protezione dietro le colonne, per terra, sotto i tavoli. Qualche coraggioso – da buon giornalista – filmava la scena. Il panico è durato per qualche istante. C’è chi piangeva, chi tremava, chi rimaneva in silenzio provando a capire che stesse succedendo.  

Ho pensato: “Questo è un attentato terroristico, magari qualcuno dell’Iran”. Il luogo e i tempi sarebbero stati ideali. Ho anche pensato: “Se entrano e non trovano al presidente, sicuro sparano a noi”. In una stanza enorme, con duemila e passa persone e solo tre uscite, sarebbe stato come sparare ai pesci in un barile.  

Le porte vengono chiuse. Nessuno dei partecipanti entra, nessuno esce. Siamo sottoterra, quindi il segnale cellulare è pessimo. Penso: “Come faccio ad avvisare mia moglie? Starà morendo di paura”. Degli agenti armati – sia in borghese che con vestiario tattico – sono subito entrati nella sala con i fucili d’assalto e le pistole in mano per portare in salvo anche i membri del gabinetto presidenziale – dal Segretario della Difesa Pete Hegseth a Scott Bessent, il Segretario del Tesoro – che erano rimasti con noi. Alcuni agenti salgono sul palco, dove si trovavano Trump e gli altri, per avere una visuale migliore.  

Passano i minuti, si parla, si cerca di capire. Ognuno descrive cosa ha visto e cosa ha sentito, ma era chiaro che il pericolo per Trump e i presenti non fosse stato così vicino. Ma nemmeno troppo lontano.  

L’aggressore, un 31enne della California, è stato fermato e catturato, mentre cercava di passare i metal detector, gli stessi che avevo attraversato un’ora prima. Trump spinge per rientrare, anche i capi dell’associazione dei corrispondenti della Casa Bianca vorrebbero riprendere la cena, giusto solo per non darla vinta alla persona che aveva provato a rovinare tutto.  

“L’aragosta sarà servita a breve”, si sente da un microfono. Passano i minuti, ma alla fine si decide di lasciar perdere: la festa è finita, tornate tutti a casa. Le autorità di polizia, per una questione di protocollo, non possono far riprendere le cose come se nulla fosse.  

Ma il presidente è chiaro: questa cena si farà nei prossimi 30 giorni. Lo confermano anche dalla White House Correspondents Association. La sala esplode in una grande ovazione. Nel mentre, viene annunciato: il presidente, fra 30 minuti, terrà una conferenza stampa alla Casa Bianca per parlare dell’accaduto e dare aggiornamenti. I giornalisti, senza manco cambiarsi, corrono in massa, in fretta e furia, fra smoking e lunghi abiti da sera, verso la residenza presidenziale. La festa sarà pure finita, ma il lavoro dei corrispondenti è appena iniziato. Ahimè, quasi a stomaco vuoto, ma le notizie non dormono mai. Figuriamoci se mangiano.  

Specie quando i giornalisti diventano loro stessi la notizia. Alla Casa Bianca, in una sala stampa gremita (ed elegantissima) visto che nessuno aveva avuto il tempo di cambiare lo smoking) il presidente, circondato dai membri del suo gabinetto, ammette: “Il mio è un lavoro pericoloso”. “Anche il mio”, mi verrebbe da rispondergli. Il tycoon vuole mandare un messaggio di forza, d’invincibilità, pur riconoscendo come ci sia sempre qualcuno che provi a farlo fuori, che c’è gente che lo odia profondamente.  

Qualche testa sicuramente cadrà, quella di Kash Patel, il criticato direttore del FBI, sembra la più probabile. La falla nella sicurezza è troppo grande, specie dopo i fatti di Butler, Pennsylvania, del 2024. Questa volta è andata molto meglio: allora Trump rischiò di essere assassinato, (e uno spettatore rimase ucciso) ma le autorità, specie quelle più vicine al presidente, dovranno farsi un serio esame per capire come un 31enne della California, con problemi mentali, possa essere arrivato così vicino a realizzare una sparatoria.  

I dubbi restano. Nel frattempo, mentre l’adrenalina scema, tutti provano a dormire qualche ora, perché già si sa che domani sarà di nuovo un lungo giorno alla Casa Bianca. Nella speranza che, fra 30 giorni, si possa riavere la prevista aragosta. E sono sicuro che, stavolta, sarà buonissima. (di Iacopo Luzi) 

 

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