Non è ancora approdato al Quirinale per la definizione delle coperture finanziarie, ma il decreto Scuola licenziato dal Consiglio dei ministri ha già scatenato una bufera politica e sindacale destinata a incendiare i prossimi mesi. A far esplodere la protesta è il limite del 30% agli alunni stranieri per classe, una misura che rischia di paralizzare l’attività didattica in moltissime periferie italiane.
L’allarme dei sindaci: “Così si chiudono gli istituti”
A guidare la carica contro il provvedimento sono i primi cittadini dei grandi centri urbani. Il sindaco di Milano, Giuseppe Sala, non usa mezzi termini per fotografare la situazione sul campo: «La cosa che più mi preoccupa è il tetto percentuale. Sto facendo un po’ di verifiche e temo che qualche classe, o addirittura scuola, dobbiamo chiuderla, non per nostra scelta. Ci sono quartieri in cui la presenza di figli di immigrati va al di là del 30%».
Sulla stessa linea il presidente dell’Anci e sindaco di Napoli, Gaetano Manfredi, che invita l’esecutivo a fare i conti con la realtà produttiva e sociale del Paese: «Quando si trattano temi così delicati bisogna muoversi sempre con grande prudenza e attenzione, perché in Italia abbiamo aree in cui la presenza di comunità immigrate è molto ampia. Nella zona vesuviana ci sono tantissimi lavoratori impegnati nel tessile e nell’agricoltura, c’è una concentrazione naturale».
Fronte comune di sindacati e studenti: “Norme confuse”
Il fronte del no si allarga ben oltre i confini dell’opposizione politica. Anche i sindacati autonomi e moderati esprimono forti perplessità. Elvira Serafini (Snals) sottolinea come «l’integrazione non possa essere affidata solo a limiti percentuali: servono organici adeguati e mediatori culturali stabili», mentre la Uil Scuola parla apertamente di «deroghe e criteri poco chiari che rischiano di creare confusione e discriminazioni».
Se i presidi dell’Anp provano a smorzare le polemiche definendo le norme «ispirate al buon senso», nelle piazze esplode la contestazione. Il collettivo Osa ha promosso un flash mob davanti a Montecitorio bollando il testo come «decreto del razzismo», mentre la Flc Cgil ha chiamato le scuole alla mobilitazione esponendo striscioni per l’inclusione. A complicare il quadro, infine, la contesa sulle norme relative al divieto di coprire il volto negli istituti, su cui il Ministero ha dovuto precisare la tenuta del testo originario.





