«Siamo d’accordo su 4850 cose». Elly Schlein sceglie ancora una volta i versi di Daniele Silvestri per blindare l’ossatura del campo largo, ma subito dopo lancia un messaggio chiarissimo agli alleati: «Bisogna discutere e trovare un accordo anche su quelle cose su cui ancora abbiamo idee diverse».
Nessuna replica diretta agli affondi di Giuseppe Conte, che l’aveva accusata di voler “mandare armi a go-go”, ma un felpato richiamo all’unità per disinnescare la narrazione che la vuole relegata nell’ala bellicista della coalizione. Per la leader del Nazareno, la “piattaforma comune” è già avanzata, ma la spaccatura sulla politica estera e sull’Ucraina rischia di diventare la trappola perfetta per minare la leadership.
L’ombra del “terzo nome” e il no del Pd
Il vero nodo politico della partita si consuma sulla scelta del candidato premier. Mentre nel Pd nessuno pronuncia l’eresia di rinunciare alle primarie o alla candidatura naturale della segretaria, in Alleanza Verdi e Sinistra il pressing per un federatore si fa quotidiano.
Angelo Bonelli lo ha ripetuto con nettezza, rinfocolando il dibattito su una sintesi superiore per evitare la conta nei gazebo: «Pensavo che si potesse raggiungere una sintesi alta, per superare la contrapposizione sulla leadership. L’appello, a quanto pare, è caduto nel vuoto. Prendo atto che il Pd intende andare avanti con le primarie, ma rilancio la proposta».
La mossa di Conte e il dilemma delle primarie
Dalle parti del Nazareno la linea resta d’acciaio. Come spiega un parlamentare della sinistra dem, «moltissimi sono convinti dei rischi delle primarie, la competizione non può che esaltare le differenze. Ma per evitare i gazebo ci sono solo due strade: o Conte accetta che il leader è il capo del partito che prende più voti, oppure deve dire in pubblico ‘compiamo un atto di generosità e scegliamo un terzo nome’».
Conte ha già ricordato di voler sedersi a un tavolo “come nelle regioni” per scegliere il profilo più competitivo. Il richiamo della Schlein all’intesa sulle divergenze punta proprio a smontare l’alibi delle “primarie divisive”, ma il percorso verso la coalizione si conferma una strada stretta e piena di insidie.





