(Adnkronos) –
Ergastolo per Pablo Gonzalez Rivas, 50 anni, accusato di omicidio volontario aggravato dai futili motivi e dalla relazione affettiva e occultamento di cadavere della compagna Jhoanna Nataly Quintanilla, la baby sitter di 40 anni colpita a morte il 25 gennaio 2025 all’interno del loro monolocale di piazza dei Daini, in zona Bicocca a Milano. Lo hanno stabilito i giudici della Corte d’Assise di Milano presieduta da Antonella Bertoja.
Applausi e lacrime in aula quando è stata pronunciata la sentenza. Le amiche della donna hanno mostrato alcuni cartelli con il volo sorridente di Johanna e la scritta ‘stop femminicidio’. “E’ la condanna giusta, non solo per lei ma per tutte le donne che non meritano di essere uccise. Mi dispiace che lui non sia qui, in questa aula, a sentire la sua condanna” dice Marlen. “Lui pensava che non avesse amiche, invece, noi siamo qui, siamo una comunità e siamo qui per dire che le donne non si toccano neanche con un dito”, aggiunge con la voce tremante.
La Corte d’Assise di Milano ha ritenuto Pablo Gonzalez Rivas, colpevole “con vincolo della continuazione” e lo ha condannato all’ergastolo per l’omicidio volontario e a due anni (che confluiscono nella pena principale) per l’occultamento del corpo della donna. L’uomo denunciò la scomparsa della compagna dopo sette giorni e il corpo, messo in un valigia, fu ritrovato nel fiume l’Adda, all’altezza del comune di Zelo Buon Persico in provincia di Lodi, solo il 2 marzo oltre un mese dopo la scomparsa. L’operaio salvadoregno aveva sostenuto di aver ucciso la donna involontariamente, ossia di averle spezzato il collo durante un gioco erotico. Versione che non ha mai convinto gli inquirenti: per l’autopsia la donna sarebbe stata picchiata, prima di essere soffocata.
“Non si è trattato di un esito imprevedibile di un tragico gioco erotico andato male come sostenuto dall’imputato, ma siamo di fronte a un omicidio volontario connotato da un’intensità del dolo eccezionalmente elevata, seguito da lucida, articolata e persistente attività di depistaggio, di intorpidimento delle indagini e occultamento di cadavere, gettato nell’Adda confidando che il fiume cancellasse per sempre il suo delitto. Ma il fiume lo ha restituito ai suoi cari e i corpi delle donne vittime di violenza parlano, raccontano le violenze subite. Il corpo di Jhoanna descrive una progressione violenta: i colpi al capo, poi colpita con un cacciavite alla tempia e infine strozzata” le parole della pm di Milano Alessia Menegazzo, nella sua requisitoria la scorsa udienza.
“E’ la banalità del movente a rendere ancora più grave l’omicidio di Jhoanna che, nella prospettiva dell’imputato, era divenuta un ostacolo concreto da rimuovere, un intralcio rispetto al nuovo progetto di vita con l’amante in arrivo dal Sud America”. Lui “è un mentitore seriale, un manipolatore che per soddisfare i propri egoistici bisogni è riuscito freddamente a uccidere la compagna per far posto in casa all’amante senza il minimo senso di colpa, senza moralità ed empatia” le parole dell’accusa. Oggi la sentenza di ergastolo chiesta e ottenuta dalle pm Menegazzo e Letizia Mannella, afferma “che nessuna menzogna, nessun fiume e nessuna valigia – a usare ancora una volta le parole della pubblica accusa – possono cancellare la dignità di una vittima di violenza e la verità di ciò che le è stato fatto”. I giudici hanno stabilito anche una provvisionale di 50mila euro per ciascuna delle parti civile e fissato tra 60 giorni il deposito delle motivazioni.
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