martedì 27 Ottobre 2026

La resa dei conti dopo l’incubo del 7 ottobre: urne aperte in Israele, Netanyahu sull’orlo del precipizio

Dalle 6 italiane oltre 7,3 milioni di elettori chiamati alle urne dopo i conflitti con Hamas, Libano e Iran. Il generale Eisenkot in vantaggio nei sondaggi con la sua lista Yashar, ma la maggioranza a quota 61 resta un miraggio per entrambi i blocchi

Di Redazione
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Si sono aperte ufficialmente alle 7:00 locali (le 6:00 in Italia) le in Israele per quella che si prefigura come la consultazione politica più drammatica, spietata e spartiacque della storia recente dello Stato ebraico. Oltre 7,3 milioni di cittadini sono chiamati alle urne per scegliere tra 36 liste in corsa, trasformando il voto in un vero e proprio referendum sulla figura di Benjamin Netanyahu, il leader più longevo del Paese, travolto dal peso delle responsabilità storiche per le falle d’intelligence che precedettero l’immane del 7 2023.

Un appuntamento con la storia che arriva al culmine dei devastanti conflitti condotti a Gaza, nel sud del Libano e contro la minaccia di Teheran. Sul tavolo, oltre alla conduzione della guerra e al prezzo di sangue pagato dalla nazione (con il ricordo indelebile dei 1.200 morti e dei 251 ostaggi catturati da Hamas), gravano la pesante crisi del costo della vita — considerata la priorità assoluta dal 21% degli elettori — e la caldissima patata bollente dell’abolizione dell’esenzione dal servizio militare per gli ultraortodossi.

Lo scontro dei giganti: l’incubo di Bibi e il contropiede di Eisenkot

A contendere la guida del Paese a Netanyahu non è un politico di lungo corso, ma il generale Gadi Eisenkot, ex capo di Stato maggiore delle IDF oggi alla guida della nuova formazione centrista . La media delle ultime rilevazioni condotte dalle emittenti nazionali (Channel 11, 12 e 13) traccia un clamoroso sorpasso: Yashar viene data in testa con 22,3 seggi contro i 20 attribuiti al Likud del primo ministro.

I numeri complessivi raccontano tuttavia una nazione profondamente spaccata a metà e sull’orlo dell’ennesima paralisi istituzionale. La coalizione uscente a sostegno di Netanyahu — un’alleanza di ferro con l’estrema destra di Ben Gvir (Otzma Yehudit) e Smotrich (Sionismo Religioso) affiancata dai partiti ultraortodossi Shas e Utj — non andrebbe oltre i 50 seggi, ben lontana dalla quota di sicurezza di 61 scranni necessaria per controllare la Knesset. Dall’altra parte, il fronte eterogeneo delle opposizioni (che spazia dalla destra di Liberman e Bennett fino ai centristi di Lapid e alla sinistra dem di Yair Golan) si fermerebbe a 54 seggi.

Il fattore arabo e la trappola del caos parlamentare

In questa geografia politica totalmente bloccata, a fare da ago della bilancia potrebbe essere la minoranza arabo-israeliana, che rappresenta il 20% della popolazione complessiva. Gli ultimi dati indicano un’affluenza araba in forte rialzo, pronta a superare la soglia del 60% rispetto al misero 53,2% registrato nel 2022. Con la Joint List stimata a 9 seggi e il partito islamista moderato Ra’am di Mansour Abbas accreditato di 5,7 seggi, il loro eventuale sostegno esterno all’ diventerebbe determinante per consentire ad Eisenkot di cacciare Netanyahu e raggiungere quota 61.

Se le urne (in chiusura alle 21:00 italiane) dovessero confermare l’assenza di una maggioranza autonoma, l’uscita dei risultati ufficiali prevista per il 4 novembre spalancherà le porte a settimane di feroci . Il Isaac Herzog avrà tempo fino all’11 novembre per conferire l’incarico di al leader in grado di raccogliere il maggior numero di raccomandazioni. Qualora il candidato designato fallisse nei 28 giorni a disposizione (più 14 di proroga), Israele finirebbe inghiottito in un vuoto di potere che porterebbe automaticamente a nuove elezioni entro tre mesi, prolungando indefinitamente lo stallo politico e la crisi di sicurezza del Paese.

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