Si sono aperte ufficialmente alle 7:00 locali (le 6:00 in Italia) le urne in Israele per quella che si prefigura come la consultazione politica più drammatica, spietata e spartiacque della storia recente dello Stato ebraico. Oltre 7,3 milioni di cittadini sono chiamati alle urne per scegliere tra 36 liste in corsa, trasformando il voto in un vero e proprio referendum sulla figura di Benjamin Netanyahu, il leader più longevo del Paese, travolto dal peso delle responsabilità storiche per le falle d’intelligence che precedettero l’immane tragedia del 7 ottobre 2023.
Un appuntamento con la storia che arriva al culmine dei devastanti conflitti militari condotti a Gaza, nel sud del Libano e contro la minaccia atomica di Teheran. Sul tavolo, oltre alla conduzione della guerra e al prezzo di sangue pagato dalla nazione (con il ricordo indelebile dei 1.200 morti e dei 251 ostaggi catturati da Hamas), gravano la pesante crisi del costo della vita — considerata la priorità assoluta dal 21% degli elettori — e la caldissima patata bollente dell’abolizione dell’esenzione dal servizio militare per gli ultraortodossi.
Lo scontro dei giganti: l’incubo di Bibi e il contropiede di Eisenkot
A contendere la guida del Paese a Netanyahu non è un politico di lungo corso, ma il generale Gadi Eisenkot, ex capo di Stato maggiore delle IDF oggi alla guida della nuova formazione centrista Yashar. La media delle ultime rilevazioni condotte dalle emittenti nazionali (Channel 11, 12 e 13) traccia un clamoroso sorpasso: Yashar viene data in testa con 22,3 seggi contro i 20 attribuiti al Likud del primo ministro.
I numeri complessivi raccontano tuttavia una nazione profondamente spaccata a metà e sull’orlo dell’ennesima paralisi istituzionale. La coalizione uscente a sostegno di Netanyahu — un’alleanza di ferro con l’estrema destra di Ben Gvir (Otzma Yehudit) e Smotrich (Sionismo Religioso) affiancata dai partiti ultraortodossi Shas e Utj — non andrebbe oltre i 50 seggi, ben lontana dalla quota di sicurezza di 61 scranni necessaria per controllare la Knesset. Dall’altra parte, il fronte eterogeneo delle opposizioni (che spazia dalla destra di Liberman e Bennett fino ai centristi di Lapid e alla sinistra dem di Yair Golan) si fermerebbe a 54 seggi.
Il fattore arabo e la trappola del caos parlamentare
In questa geografia politica totalmente bloccata, a fare da ago della bilancia potrebbe essere la minoranza arabo-israeliana, che rappresenta il 20% della popolazione complessiva. Gli ultimi dati indicano un’affluenza araba in forte rialzo, pronta a superare la soglia del 60% rispetto al misero 53,2% registrato nel 2022. Con la Joint List stimata a 9 seggi e il partito islamista moderato Ra’am di Mansour Abbas accreditato di 5,7 seggi, il loro eventuale sostegno esterno all’opposizione diventerebbe determinante per consentire ad Eisenkot di cacciare Netanyahu e raggiungere quota 61.
Se le urne (in chiusura alle 21:00 italiane) dovessero confermare l’assenza di una maggioranza autonoma, l’uscita dei risultati ufficiali prevista per il 4 novembre spalancherà le porte a settimane di feroci trattative. Il presidente Isaac Herzog avrà tempo fino all’11 novembre per conferire l’incarico di governo al leader in grado di raccogliere il maggior numero di raccomandazioni. Qualora il candidato designato fallisse nei 28 giorni a disposizione (più 14 di proroga), Israele finirebbe inghiottito in un vuoto di potere che porterebbe automaticamente a nuove elezioni entro tre mesi, prolungando indefinitamente lo stallo politico e la crisi di sicurezza del Paese.

