A Palazzo Chigi il desiderio non è mai stato un mistero: capitalizzare il vantaggio nei sondaggi e trascinare il Paese alle urne il prima possibile, possibilmente in un grande election day a maggio accoppiato alle amministrative. Tra i parlamentari di Fratelli d’Italia la battuta che circola con insistenza riflette la fretta della presidente del Consiglio: «Fosse per Giorgia voterebbe oggi, anzi ieri».
Tuttavia, il piano per accorciare la legislatura e decidere se votare a maggio oppure far slittare la partita a settembre si scontra con una serie di “ma” grandi come una casa. La rotta verso le urne è infatti sbarrata da tre variabili ad altissimo rischio: il verdetto della Corte Costituzionale sulla legge elettorale, le scosse sismiche provocate dalla Lega sulla politica estera e i salti mortali contabili di una Manovra finanziaria tutt’altro che chiusa.
L’ordalia dello “Stabilicum”: l’incognita costituzionale che blocca il Colle
La variabile primaria che tiene in sospeso la premier è la pronuncia della Consulta sui ricorsi presentati contro lo Stabilicum, la legge elettorale faticosamente approvata in terza lettura dopo l’incidente dei franchi tiratori dello scorso luglio. A Palazzo della Consulta si gioca una vera e propria ordalia per la maggioranza.
Se tra la fine di gennaio e febbraio i giudici costituzionali dovessero emettere una sentenza “autoapplicativa” — ovvero limitata a correzioni di dettagli secondari che non intacchino l’impianto della norma, come la disciplina sulla raccolta delle firme — Meloni avrebbe la strada spianata. Potrebbe salire al Quirinale, rassegnare le dimissioni, propiziare rapide consultazioni e assistere allo scioglimento delle Camere da parte del Capo dello Stato per votare a maggio.
Il quadro cambierebbe radicalmente qualora i giudici dovessero muovere rilievi di incostituzionalità sostanziali, costringendo il Parlamento a riaprire il testo. In quel caso, tra voti segreti e l’ostruzionismo delle opposizioni, i tempi s’allungherebbero inevitabilmente. Come ammette con spietato realismo il vicesegretario della Lega Claudio Durigon: «A seconda dell’intervento della Consulta lo scenario di settembre rischia di diventare molto solido, mica si può votare a luglio». Un rinvio autunnale che farebbe il gioco del Carroccio, da sempre favorevole a portare la legislatura fino alla sua scadenza naturale.
Tensioni sulle armi all’Ucraina e la “raccomandazione” di Meloni sulla Manovra
A complicare il cammino verso il voto s’innestano poi i nodi geopolitici e le contese economiche. Il veto perentorio scagliato da Matteo Salvini contro l’invio di nuovi aiuti militari ed economici a Kiev è destinato a trasformarsi in una mina a orologeria entro la fine dell’anno, quando il governo dovrà varare la proroga del decreto per il sostegno all’Ucraina.
Contemporaneamente, la gestione della legge di Bilancio — l’ultima prima del voto e potenziale biglietto da visita elettorale — sta mettendo a dura prova la tenuta del centrodestra. Nel corso dell’ultimo videocollegamento tra i leader di maggioranza e il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, la premier ha provato a frenare le pretese degli alleati in pressing sui propri provvedimenti-bandiera: «Andateci piano con le richieste», si è raccomandata Meloni. Tra la trattativa aperta con Bruxelles per l’uso dei margini di flessibilità energetica e il rebus ecobonus, le risorse restano scarse. E senza coperture certe, anche la stabilità dell’esecutivo rischia di scricchiolare prima del previsto.

