Carmine Soprano è un economista e professore presso l’Università degli Studi di Roma Tor Vergata e SIOI – Società Italiana per l’Organizzazione Internazionale. Con lui analizziamo le potenziali conseguenze della chiusura dello Stretto di Hormuz sui mercati globali e sulla stabilità economico-finanziaria degli Stati Uniti.
Professore, cosa succederà se l’Iran manterrà il blocco dello Stretto di Hormuz?
Circa il 20% delle esportazioni mondiali di petrolio e gas naturale liquefatto (LNG) passa attraverso lo Stretto di Hormuz. Stando alle stime dell’International Energy Agency (IEA) per il 2025, parliamo di quasi 15 milioni di barili di greggio al giorno e di circa 86 milioni di tonnellate di LNG in un anno. Il traffico marittimo di imbarcazioni che trasportano prodotti energetici è crollato del 90%. Con questi numeri, è evidente che l’impatto su mercati energetici, bollette elettriche, e in ultimo sull’economia globale non potrà che essere significativo.
L’Asia è la più esposta. Di quei 15 milioni di barili, per capirci, nel 2025 circa 13 erano diretti verso Cina, India, Corea del Sud e Giappone. Nessuno però può dirsi al sicuro: nel caso dell’Unione Europea la pressione generale sulle forniture non potrà che impattare i prezzi. Analogo discorso vale per il gas, che peraltro rappresenta circa il 40% del nostro mix energetico. Anche l’Italia è particolarmente esposta. Nel 2023 abbiamo importato quasi 5 milioni di tonnellate di LNG dal Qatar, che è il nostro terzo fornitore di gas da gasdotti. Inoltre, una recente indagine Oxford Economics indica l’Italia come il paese più esposto in assoluto, sui 15 analizzati, ad inflazione energetica legata alla guerra in Iran.
Di fronte a tale scenario, mi pare occorrano con urgenza misure quali un taglio serio alle accise, che in Italia – insieme all’IVA – pesano per circa metà del prezzo finale della benzina. Inoltre, le nostre bollette restano le più care d’Europa. Superata l’emergenza, sarebbe ora di spingere con serietà sulle rinnovabili a livello nazionale e su un autentico disaccoppiamento del prezzo del gas da quello dell’elettricità a livello europeo. Mai sprecare una crisi.
I mercati come hanno risposto? Quali settori sono a rischio oltre a quello energetico?
I mercati – cioè gli investitori – apprezzano la stabilità, quindi non potevano che rispondere negativamente all’attuale situazione di incertezza. Nella prima settimana del conflitto tutti i principali indici azionari hanno registrato perdite. Più pronunciate nelle borse europee e in particolare asiatiche. Più contenuto invece l’impatto sui mercati USA, con l’indice Standard & Poor che ha registrato un -2% nello stesso periodo. Le possibili ramificazioni di questo conflitto vanno però ben oltre la geografia e l’energia.
Per esempio Taiwan, che notoriamente produce oltre il 90% dei semiconduttori avanzati, è fortemente esposta a importazioni di gas e petrolio che passano per lo Stretto di Hormuz, quindi ora ha il problema di diversificare le sue forniture. Per la stessa rotta passa anche circa un terzo delle esportazioni mondiali di fertilizzanti, di cui peraltro l’Iran è grande produttore. Dall’agricoltura all’high-tech all’energia, direi perciò che sono davvero tanti i settori potenzialmente impattati da questa guerra.
Dal punto di vista economico e finanziario, è convenuto agli Usa iniziare questa guerra? Oppure potrebbe avere un impatto negativo sul Paese?
Le guerre sono di solito giochi a somma negativa, in cui le perdite complessive sono superiori ai guadagni. Ciò premesso, è evidente che in una dinamica di aumento globale dei prezzi dell’energia gli esportatori americani vedrebbero aumentare i loro profitti: d’altronde, con la rivoluzione dello shale gas, negli ultimi due decenni gli USA si sono imposti come il primo produttore al mondo di petrolio e gas. Se questo in parte aiuta a spiegare le perdite più contenute sui mercati americani di cui si diceva, l’impatto finale sui consumatori sarà però con tutta probabilità meno roseo, specie in caso di conflitto prolungato. I prezzi al consumo del gas hanno risentito poco della guerra, ma quelli della benzina, per capirci, sono saliti la scorsa settimana, facendo registrare il più grande aumento dal 2024. Per questo, anche dal punto di vista politico, Trump pare voglia un conflitto breve. Le mid-term si avvicinano.
A cura di Maria Vittoria Ciocci
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