Il conflitto in Medio Oriente ha provocato uno shock energetico che “sta pesando sulla crescita e spingendo l’inflazione al rialzo”. È l’analisi del capo del Dipartimento europeo del Fondo monetario internazionale (Fmi) Alfred Kammer, che su Imf Blog anticipa un ulteriore aumento dell’inflazione: dal 2,5% nel 2025 al 2,8% nell’anno corrente.
Non dipinge un quadro roseo neppure per gli investimenti privati e per i consumi, notevolmente indeboliti dall’escalation nel Golfo e dall’instabilità politica internazionale. Questo si traduce in prospettive di crescita di appena 1,1% nel 2026 e dell’1,3% per l’Unione europea. Inoltre, qualora le tensioni attuali dovessero persistere, il World Economic Outlook anticipa un’inflazione al 5% con rischio di recessione.
Per questo motivo Kammer evidenzia quanto sia necessaria la rapidità di azione e “l’adozione di una solida politica macroeconomica, adeguata a un contesto globale caratterizzato da shock frequenti e imprevedibili”. La Banche centrali dovrebbero concentrarsi “sull’obiettivo di mantenere ancorate le aspettative inflazionistiche”, anche se attualmente “la Bce – Banca centrale europea – dispone di un certo margine per adottare un atteggiamento attendista”. Questo le permette di osservare l’evoluzione dello shock energetico prima di intervenire.
Il Fmi mette però in guardia gli Stati Ue: “Paesi come la Danimarca o la Svezia, con livelli di debito comparativamente basso, dispongono dello spazio necessario per attuare politiche di bilancio anticicliche, a differenza di Francia e Italia”. E aggiunge di non limitarsi a “bloccare l’aumento dei prezzi, ricorrendo a tetti massimi, sussidi generalizzati o tagli alle accise sui carburanti”, in quanto sono misure “imprudenti”. Questo perché il sostegno “non mirato avvantaggia in modo sproporzionato le famiglie a reddito più elevato”, ossia coloro che consumano di più.
Kammer ricorda, infatti, la crisi del 2022. In quell’occasione i governi avevano stanziato in media il 2,5% del Pil per i pacchetti di sostegno energetico. Di questi, oltre due terzi non mirati. Il Fmi ha sottolineato come compensare integralmente il 40% delle famiglie a reddito più basso per l’intero aumento dei costi energetici avrebbe richiesto appena lo 0,9% del Pil.
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