Poco più di un mese ed entrerà in vigore il Patto Ue su migrazione e asilo. I Paesi membri sono in ritardo, Italia in primis. Tanto da costringere la Commissione guidata da Ursula von der Leyen a una diplomatica tirata d’orecchie. “È fondamentale che gli Stati completino gli adeguamenti legislativi necessari e che quelli che stanno ancora elaborando i quadri normativi del caso procedano con la massima urgenza”, si legge nel testo dello Stato di avanzamento dell’attuazione del Patto, diffuso venerdì e trasmesso agli organi comunitari.
Da Roma arriva la soluzione: procedere con l’ennesimo decreto legge – invece che seguire la prassi del disegno di legge da depositare in Senato –. Così come avvenne per il ddl sicurezza 1660, che peraltro provocò uno scontro con il Colle. Ma il tempo stringe e il governo non ha alternative. A questo proposito, ha comunicato – attraverso canali riservati – alla Commissione quali saranno le fantomatiche “zone di frontiera”. Dove, quindi, si potranno attuare le procedure accelerate. Tuttavia, il documento redatto dal Viminale avrebbe dovuto raggiungere le autorità giudiziarie, gli enti locali e le prefetture per darne esecuzione. Step che, di fatto, non risulta.
Il Patto Ue agita il governo
C’è poi la questione della sistemazione per i cittadini stranieri idonei alla cosiddetta “procedura accelerata di frontiera” (Paf). Nel documento del ministero dell’Interno figurano delle aree in fase di “valutazione”, altre non adeguate e altre ancora da identificare. E oltre al tema delle strutture, rimane il nodo del quadro normativo: dall’assistenza legale durante la fase della domanda di asilo, alle misure alternative al trattenimento, fino alla formazione delle autorità competenti assegnate ai cittadini stranieri sottoposti alle Paf e all’affiancamento dei migranti minorenni. È su questo che la Commissione ha strigliato l’Italia, che – nonostante manchino 33 giorni all’entrata in vigore del Patto Ue – non ha ancora ufficializzato nulla.
A ogni modo, i meccanismi previsti dal Patto rischiano di produrre una frattura sempre più ampia tra la fase amministrativa dell’esame delle domande di protezione internazionale e quella giurisdizionale affidata ai tribunali. Sotto la gestione del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, è aumentato in modo significativo il numero dei rifiuti delle richieste d’asilo. Secondo i dati dell’Agenzia Ue per l’asilo, nel 2025 le sentenze negative hanno raggiunto l’85% dei casi esaminati.
L’effetto immediato di questa impostazione è l’esplosione del contenzioso giudiziario. A dimostrarlo sono i numeri delle sezioni specializzate in immigrazione, chiamate a decidere sui ricorsi contro i rifiuti. Nel primo trimestre del 2025 i tribunali avevano definito circa 9.500 procedimenti, nello stesso periodo del 2026 i fascicoli chiusi sono saliti a 17mila. Eppure, nonostante l’aumento delle decisioni e il contemporaneo calo degli sbarchi, l’arretrato continua a crescere: i procedimenti pendenti sono aumentati del 39%, passando da 101mila a 141mila.
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