“Essere mamma è il dono più grande e, insieme, la sfida più profonda che la vita possa regalare”. Nel giorno della Festa della Mamma, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni affida ai social un lungo messaggio dedicato alla maternità. “La maternità ti cambia dentro: cambia il cuore, il tempo e il modo di guardare il mondo. Ti rende più forte e più fragile allo stesso tempo”, scrive la premier, che poi rende omaggio “a tutte le mamme che corrono tutto il giorno senza fermarsi mai”.
Parole che celebrano il valore simbolico della maternità, ma che si scontrano con una realtà diversa. Perché in Italia fare figli sta diventando un lusso. Lo racconta l’undicesima edizione del rapporto “Le Equilibriste – La maternità in Italia 2026” di Save the Children, diffuso proprio alla vigilia della Festa della Mamma. Uno studio che fotografa un Paese dove avere un figlio continua a tradursi, per molte donne, in meno lavoro, meno salario e meno autonomia.
Sempre meno nascite e maternità sempre più tardiva
Il dato più evidente riguarda il crollo delle nascite. Nel 2025 in Italia sono nati circa 355 mila bambini, con un calo del 3,9% in un solo anno. Il tasso di fecondità si ferma a 1,14 figli per donna, molto sotto la media europea.
Le italiane diventano madri sempre più tardi. L’età media al parto sale a 32,7 anni e le donne sotto i 30 anni con figli sono ormai una minoranza. Solo il 2,9% delle donne tra i 20 e i 29 anni è madre. Eppure il desiderio di avere figli resta forte: oltre l’80% dei giovani tra i 18 e i 24 anni immagina un futuro da genitore. Il problema è trasformare quel desiderio in realtà. Tra le donne tra i 25 e i 34 anni, quasi una su quattro dichiara di non avere condizioni lavorative adeguate per avere un figlio. Contratti precari, stipendi bassi e costo della vita spingono molte coppie a rimandare.
Il peso della “child penalty”
Il rapporto parla chiaro: in Italia la maternità continua a essere un fattore di disuguaglianza. La cosiddetta “child penalty”, cioè la penalizzazione che colpisce le donne dopo la nascita di un figlio, arriva al 33%.
Le conseguenze si vedono subito sul lavoro. Nel settore privato una madre può perdere fino al 30% del salario dopo un figlio. Nel pubblico la riduzione è più contenuta, attorno al 5%, ma resta presente. Anche l’occupazione segue due binari opposti tra uomini e donne. Per i padri il lavoro aumenta: tra gli uomini tra i 25 e i 54 anni lavora il 92,8% di chi ha figli, contro il 78,1% di chi non ne ha. Per le donne accade l’opposto. Tra quelle senza figli lavora il 68,7%, percentuale che scende al 63,2% tra le madri con almeno un figlio minorenne. Con due figli o più il dato precipita al 58,8%. Ancora peggiore la situazione delle madri con figli piccoli: lavora solo il 58,2%.
Le dimissioni delle neomamme e il divario Nord-Sud
Uno degli aspetti più pesanti emersi dal rapporto riguarda le dimissioni delle madri. Save the Children segnala un aumento delle uscite dal lavoro dopo la nascita di un figlio, insieme alla crescita della precarietà. Le donne occupate con contratti a termine da almeno cinque anni sono passate dal 17,4% al 19,1%.
Tra le under 35 il quadro è ancora più duro: nel settore privato il 25% lascia il lavoro dopo il primo figlio. Una donna su quattro. Poi c’è il tema territoriale. Al Nord il tasso di occupazione delle madri supera il 73%, al Centro arriva al 71%. Nel Sud e nelle isole si ferma al 45,7%. Quasi trenta punti di distanza.
A pesare è anche il part-time obbligato. Il 32,6% delle donne con figli minori lavora part-time e in molti casi non è una scelta. L’11,7% dichiara infatti un part-time involontario. Tra i padri la quota crolla al 3,5%.
Giovani donne in fuga
Il rapporto racconta anche un altro fenomeno: quello delle giovani che lasciano il Paese. Tra il 2014 e il 2024 le under 35 trasferite all’estero sono aumentate del 125%. Quasi una giovane su dieci vive ormai fuori dall’Italia.
Ancora più forte il flusso interno dal Sud verso il Centro-Nord. Negli ultimi dieci anni oltre 200 mila giovani donne del Mezzogiorno si sono trasferite altrove, aggravando il calo demografico delle regioni meridionali.
Pd: “Finge di fare gli interessi delle madri”
I dati del rapporto hanno acceso subito lo scontro politico. La vicepresidente del Partito Democratico Chiara Gribaudo attacca il governo e parla di “propaganda meloniana”.
“Nel caso fosse necessario ribadirlo ancora una volta, i bonus non servono e non bastano”, dichiara la deputata dem. “Nell’ultimo anno sono aumentate le dimissioni delle neo-mamme, cresce la precarietà contrattuale e aumentano le uscite al primo figlio: tutti dati che smentiscono la propaganda meloniana secondo cui i numeri dell’occupazione femminile sarebbero un successo”. Poi l’affondo finale: “Giorgia Meloni, una madre su due non lavora: è ora di aprire gli occhi e agire di conseguenza”.
Ed è proprio qui la distanza tra la retorica e la realtà. Da una parte i messaggi celebrativi sulla maternità. Dall’altra un Paese dove avere un figlio continua a costare lavoro, salario e libertà.
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