C’erano firme ripetute, altre contestate e perfino quelle di due cittadini deceduti. Così la candidatura a sindaco di Prato di Mario Adinolfi è naufragata prima ancora di partire. Il Consiglio di Stato ha respinto il ricorso presentato dal leader del Popolo della Famiglia, mettendo la parola fine alla sua corsa elettorale.
I giudici hanno confermato quanto già stabilito dal Tar della Toscana: le firme raccolte non bastavano per partecipare alle elezioni. Tra i problemi emersi ci sono 69 sottoscrizioni validate con documenti d’identità scaduti, una dozzina di firme doppie e alcune disconosciute dagli stessi presunti firmatari. A rendere il caso ancora più surreale, la presenza di due firme attribuite a persone morte. Secondo i magistrati, senza documenti validi non esiste la certezza che la firma appartenga davvero all’elettore indicato. Un dettaglio che ha fatto crollare il numero delle sottoscrizioni valide sotto la soglia minima richiesta dalla legge: 322 invece delle 350 necessarie.
Già il Tar aveva segnalato un altro elemento curioso: gran parte delle firme risultava autenticata il 12 aprile scorso a Riolo Terme, in provincia di Ravenna, a oltre cento chilometri da Prato. Delle 463 raccolte, solo 371 erano riconducibili a cittadini iscritti nelle liste elettorali del comune toscano. Adinolfi aveva tentato l’ultima carta appellandosi al principio del favor partecipationis, sostenendo che i documenti scaduti non dovessero invalidare le firme. Ha anche negato il caso delle sottoscrizioni dei defunti. Ma Palazzo Spada ha confermato l’esclusione.
Ex deputato, giornalista e volto televisivo, Adinolfi è noto per le sue campagne ultra cattoliche contro aborto, eutanasia e diritti civili. Da anni guida il Popolo della Famiglia, movimento conservatore nato dopo il Family Day. Stavolta, però, la sua battaglia si è fermata davanti ai controlli della commissione elettorale.
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