Il 9 luglio 2025 l’amministrazione Trump aveva imposto sanzioni economiche a Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite per i territori palestinesi. Nella giornata di ieri, il giudice distrettuale Richard Leon – operativo in un tribunale di Washington – le ha rimosse formalmente, appellandosi alla potenziale violazione dei diritti garantiti dal primo emendamento.
È l’epilogo di una vicenda legale che perdura da febbraio, quando il marito della relatrice e il figlio minorenne avevano denunciato le pesanti ripercussioni che l’iniziativa della Casa Bianca aveva provocato. Il dipartimento di Stato aveva giustificato il provvedimento sostenendo che Albanese avesse condotto una “campagna di guerra politica ed economica”, invitando i Paesi “a sanzionare Israele per i presunti crimini di guerra a Gaza e diverse aziende statunitensi per essere complici di tali azioni”.
Francesca Albanese è libera
Per quasi un anno, alla relatrice speciale Onu è stato impedito l’accesso all’abitazione di famiglia, situata nella capitale federale. Non solo, tra le sanzioni imposte dall’amministrazione Trump figuravano anche il congelamento dei beni o conti negli Stati Uniti, il divieto per i cittadini americani – quindi anche banche o aziende – di avere rapporti economici con lei e l’impossibilità di accedere al sistema finanziario internazionale.
Questo perché diverse banche, tra cui MasterCard e Swift, osservano le regole dell’Office of Foreign Assets Control (OFAC) per evitare sanzioni secondarie. Francesca Albanese, in sintesi, non poteva ricevere neppure un bonifico dal marito o aprire un conto corrente in Europa, così da bypassare il blocco americano. Ora, in risposta alla causa intentata dalla famiglia, il giudice Leon ha concesso l’ingiunzione. “Proteggere la libertà di espressione è sempre nell’interesse pubblico”. È il primo commento della relatrice Onu sui social.
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