giovedì 16 Luglio 2026

Sindrome dell’impostore, quando in ufficio pesa il nuovo ruolo e il confronto con i colleghi

Di La Sintesi Online
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(Adnkronos) – Sentirsi inadeguati rispetto al proprio ruolo, mettere in dubbio le proprie competenze o non riuscire a riconoscere il valore dei risultati raggiunti: sono alcune delle più comuni della sindrome dell’impostore, una sensazione che molti professionisti sperimentano nel corso della propria carriera e che spesso non riflette una reale mancanza di capacità, ma una percezione distorta del proprio valore. Lo mette in luce una rilevazione di Hays, leader globale nella selezione e nelle soluzioni HR, realizzata in collaborazione con Serenis, piattaforma digitale per il benessere mentale e centro medico autorizzato, secondo cui 7 italiani su 10 dichiarano di averla provata almeno una volta e oltre il 30% afferma di sperimentarla spesso. 

 

 

Tra le situazioni che possono far emergere con maggiore forza questa sensazione, al primo posto c’è l’inizio di un nuovo ruolo, indicato da quasi 4 italiani su 10: un momento che può portare a mettere in discussione le proprie capacità e il proprio valore professionale. Anche il confronto con i colleghi può alimentare e insicurezze, come segnalano circa 3 italiani su 10. Segue il processo di selezione per una nuova posizione, indicato dal 18% dei rispondenti, mentre solo l’11% afferma di non conoscere il fenomeno. 

“La sindrome dell’impostore – afferma Alessio Campi, people & culture director di Hays Italia – non dipende necessariamente da una reale mancanza di competenze, ma spesso da una percezione distorta del proprio valore professionale. Proprio per questo le hanno un ruolo fondamentale nel riconoscerne i segnali e nel creare contesti in cui le persone possano sentirsi ascoltate e supportate. Un dialogo continuo tra manager e risorse, insieme a feedback costanti e costruttivi, può aiutare a intercettare questi momenti di difficoltà e a ricondurli alla loro reale dimensione, evitando che insicurezza e autocritica diventino un limite alla crescita professionale”. 

 

 

“Dal punto di vista clinico – spiega la dottoressa Martina Migliore, psicoterapeuta cognitivo comportamentale e head of business learning & culture di Serenis – la sindrome dell’impostore non è una patologia, ma un’esperienza psicologica caratterizzata dall’incapacità di internalizzare i propri successi. Si manifesta attraverso un ciclo cognitivo disfunzionale in cui il soggetto, nonostante prove oggettive di competenza, attribuisce i risultati a fattori esterni (fortuna, errore altrui). È un classico esempio di Locus of control ‘esterno’: ‘tutto ciò che faccio di successo è merito della fortuna o del altrui, tutto ciò in cui fallisco è colpa mia’. Questo genera un sovraccarico emotivo dettato dalla ‘paura dello smascheramento’, che spesso conduce a strategie di coping disadattive come l’over-working (iper-preparazione) o il procrastinare per evitare il , alimentando elevati livelli di stress e ansia da prestazione che di , impattano negativamente sulla produttività e sullo sviluppo professionale”. 

 

 

La sindrome colpisce trasversalmente, ma è prevalente nei profili ‘high-achiever’ e in chi affronta transizioni di carriera, come confermato dal 39% dei dati Hays. E’ comune tra le donne e le minoranze, a di bias sistemici che rendono più faticoso il riconoscimento della propria autorevolezza. Anche i talenti e coloro che operano in ambienti ad alta competitività sono vulnerabili, poiché tendono a misurare il proprio valore esclusivamente attraverso standard di perfezionismo irrealistici. In questi contesti il confronto con altri colleghi può farsi spietato: si perde di vista l’equità e le differenze individuali e di vita. Un collega molto giovane, non genitore e con una situazione socioeconomica di partenza favorevole, sarà probabilmente facilitato rispetto ad una donna di mezza età, caregiver separata con tre . Questo non significa affatto, però, che quest’ultima non possa avere lo stesso valore del collega, anzi: proprio dal suo contesto difficile potrebbero scaturire capacità extra. 

 

 

Pur considerando le innumerevoli condizioni personali e professionali esistenti, ecco cinque strategie che strizzano l’occhio sia alla parte lavorativa che psicologica per superare questa esperienza secondo Martina Migliore.  

1) Validazione oggettiva: archiviare feedback e risultati per contrastare il bias di svalutazione interna.  

2) Riformulazione cognitiva: trasformare il ‘non sono capace’ in ‘sto imparando una nuova competenza’.  

3) Decostruzione del perfezionismo: accettare l’errore come parte fisiologica del processo lavorativo, non come identitario.  

4) Condivisione protetta: aprirsi con mentor o colleghi fidati aiuta a universalizzare il vissuto, riducendone il peso. 

5) Lavoro terapeutico: esplorare le radici del senso di inadeguatezza per integrare stabilmente i successi nell’immagine di sé. 

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