Otto anni dopo il crollo del ponte Morandi, arriva la sentenza di primo grado. Il Tribunale di Genova ha condannato a 12 anni l’ex amministratore delegato di Autostrade per l’Italia Giovanni Castellucci. La procura aveva chiesto 18 anni e 6 mesi. Per l’ex ad sono stati riconosciuti il crollo colposo e l’omicidio stradale, mentre è stato assorbito il reato di omicidio colposo semplice.
Le condanne
Il processo riguardava 57 imputati, quasi tutti ex vertici o dirigenti di Autostrade per l’Italia (Aspi) e Spea, la società incaricata delle attività di sorveglianza e ispezione della rete. In tutto le condanne sono state 32, per quasi 200 anni di carcere complessivi. Venticinque le posizioni concluse con assoluzioni o prescrizioni.
Tra le pene principali ci sono gli 11 anni per Michele Donferri Mitelli, ex numero tre di Aspi e responsabile delle manutenzioni, i 5 anni e 6 mesi per Paolo Berti, ex direttore centrale delle Operazioni, e la stessa pena per Antonino Galatà, ex amministratore delegato di Spea. Condannato a 8 anni e 6 mesi Riccardo Mollo, ex direttore generale di Aspi. Cinque anni anche per Mauro Coletta, ex direttore della vigilanza sulle concessioni autostradali del ministero delle Infrastrutture.
La difesa annuncia battaglia
La difesa di Castellucci ha già contestato duramente la decisione. «Si è cercato il colpevole ma non la colpa. Castellucci è stato condannato senza colpa. La sua unica colpa è quella di essere innocente», ha dichiarato l’avvocato Giovanni Paolo Accinni. «Leggeremo le motivazioni, è prematuro fare qualsiasi valutazione, anche se mi sembra di poter intuire che c‘è un approccio diciamo intellettuale alla determinazione dei profili di responsabilità per colpa che mi sembra confermi un andamento della giurisprudenza che personalmente non condivido affatto e trovo contrario ai principi generali del diritto». E ha concluso: «Seguiteremo a combattere per la sua innocenza e siamo sicuri che l’appello rimedierà a quello che riteniamo un errore».
Le responsabilità accertate
Il crollo avvenne il 14 agosto 2018, alle 11.36. Uno strallo della pila 9 del viadotto Polcevera cedette, facendo collassare una parte del ponte. Morirono 43 persone, mentre centinaia di residenti furono costretti a lasciare le proprie case.
Nel processo è emerso che da anni esistevano segnalazioni e relazioni sulle condizioni dell’infrastruttura. Già il progettista Riccardo Morandi, nel 1979, aveva indicato la presenza di «fenomeni aggressivi di origine chimica» e raccomandato interventi di protezione. Accertamenti successivi, anche nel 2009, avevano evidenziato criticità e raccomandato verifiche periodiche. Quelle verifiche, secondo la ricostruzione processuale, non furono eseguite con la continuità necessaria.
«Quasi 20 anni di scelte a discapito della sicurezza»
Durante la requisitoria, i pm Walter Cotugno e Marco Airoldi avevano usato parole durissime nei confronti di Castellucci: «Non abbiamo trovato praticamente nessun elemento a favore di Castellucci. Un’enciclopedia di elementi negativi, uno più grave dell’altro. Quasi 20 anni di scelte a discapito della sicurezza, reiterate, ripetute».
E ancora: «Castellucci gestiva Aspi come la gallina dalle uova d’oro. Garantiva prestigio personale, carriera. Dopo la tragedia di Acqualonga (un bus cadde da un viadotto anche a causa della scarsa resistenza di un guardrail, le vittime furono 40; ndr) dimostra poca sensibilità. Castellucci non si poteva neanche nominare tra i dipendenti, come fosse Lord Voldemort».
Il Comitato delle vittime
In aula erano presenti anche i familiari delle vittime. Egle Possetti, presidente e portavoce del Comitato parenti vittime, nel crollo del Ponte Morandi ha perso la sorella, il cognato e il nipote. Dopo la lettura della sentenza ha dichiarato: «Non siamo avvocati e non possiamo commentare. La condanna a 12 anni ci può stare ma dobbiamo capire tutto il resto perché c’erano tanti imputati. Direi che per lui (Castellucci, ndr) va bene».
Poi ha aggiunto: «Siamo soddisfatti, alla luce delle spiegazioni del nostro avvocato. I tre filoni sono stati coinvolti nelle pene: il filone Spea, Aspi e Mit. A me preoccupava non ci fosse e invece ha retto l’aggravante dell’omicidio stradale quindi la prescrizione sarà più a lungo termine».
«Riconosciute le responsabilità dei vertici»
Più cauto Davide Capello, sopravvissuto al crollo. «Mi aspettavo che venissero confermate le richieste di pena dell’accusa. Per le 43 vittime e per i danni provocati dal crollo, non credo che giustizia piena sia stata fatta. Non sono un avvocato, quindi devo ancora capire bene. Almeno le responsabilità sono state riconosciute ai vertici».
Per i parenti delle vittime resta una sentenza importante, ma non definitiva. Dopo quattro anni di processo, 284 udienze, 282 testimoni e quattro periti, il primo grado fissa un punto: il disastro del Morandi non fu una fatalità. Ora la partita si sposterà in appello.
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