mercoledì 15 Luglio 2026
La presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il segretario di Stato americano Marco Rubio. ANSA/Giuseppe Lami

Meloni punta su Rubio per il dopo-Trump. Le ragioni del sì al vertice anti-Antifa

La presidente del Consiglio vuole mantenere aperto il canale privilegiato con l’area conservatrice americana e con l'attuale Segretario di Stato, che nel 2028 potrebbe essere il candidato repubblicano alla Casa Bianca

Di Giustino Marai
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Sarebbe stata Giorgia a imporre il cambio di linea sul vertice internazionale anti-Antifa promosso dagli Stati Uniti e patrocinato dal segretario di Stato Marco Rubio. Dopo il primo no della Farnesina, Palazzo Chigi ha deciso l’invio di un sottosegretario, probabilmente il leghista Nicola Molteni. Una scelta che, scrive La Stampa, va letta soprattutto in chiave strategica: nonostante le con , la premier vuole mantenere aperto il canale privilegiato con l’internazionale delle destre, con l’area conservatrice americana e soprattutto con Marco Rubio, che nel 2028 potrebbe essere il candidato repubblicano alla Casa Bianca.

Il dietrofront di Palazzo Chigi

L’evento, previsto il 15 e 16 luglio, nasce dentro la nuova offensiva ideologica dell’amministrazione Trump contro gli «Antifa», trasformati dalla Maga nel simbolo di un presunto pericolo globale. Venerdì sera la Farnesina aveva comunicato che non sarebbero andati né esponenti del governo né rappresentanti dei partiti. Meno di 24 ore dopo è arrivata la correzione: Meloni non vuole rinnegare le battaglie culturali che tengono insieme le destre nazionaliste, anche quando il rapporto con Trump diventa più complicato sul piano diplomatico.
Il vertice diventa così un gesto di continuità verso l’amministrazione americana e verso il mondo conservatore Usa, anche o soprattutto in ottica futura, quando alla Casa Bianca potrebbe risiedere proprio Marco Rubio.

Le perplessità negli Usa e in Europa

Secondo il Washington Post, l’invito di Rubio a circa 60 governi, attraverso i ministeri degli Esteri, avrebbe creato imbarazzo tra diplomatici americani, analisti e alleati europei. Alcuni funzionari hanno parlato di «nuovo maccartismo» e del rischio di una campagna propagandistica da cui non vogliono farsi usare.
In Europa, del resto, il terrorismo di estrema sinistra non viene considerato una centrale, e non è una minaccia neppure negli Stati Uniti, dove la stragrande maggioranza dei fatti di sangue sono opera degli estremisti di destra.

Le opposizioni: «Non esiste un pericolo rosso»

ha presentato un’interrogazione per chiedere conto dell’adesione italiana. , segretario di Più Europa, Meloni di prestarsi «all’ennesima iniziativa della propaganda di Trump a uso interno». Per Magi, un governo «serio e con la schiena dritta» dovrebbe dire a Rubio che oggi «non esiste un pericolo rosso transnazionale».
A preoccupare, anche l’inquietante profilo degli organizzatori del vertice. Tra le figure incaricate dell’iniziativa c’è Sebastian Lukács Gorka, commentatore radiofonico vicino all’ultradestra americana, nominato da Trump vice assistente del presidente e direttore senior per l’antiterrorismo nel Consiglio di sicurezza nazionale.

Il nemico comune

Per le destre sovraniste, «Antifa» è diventata un’etichetta utile a indicare un nemico comune: militanti della sinistra radicale, anarchici, centri sociali, gruppi antagonisti. Una categoria elastica, spesso usata senza distinguere tra violenza politica, dissenso sociale e sinistra parlamentare.
Trump ha più volte indicato quel mondo come una minaccia interna. A settembre dello scorso anno, dopo l’omicidio dell’attivista conservatore Charlie Kirk, ha firmato un ordine esecutivo per definire il movimento «organizzazione terroristica interna». Meloni, allora, si era subito accodata alla campagna contro la presunta violenza «di sinistra». Questo nonostante non ci fossero né ci siano prove che l’assassino, Tyler Robinson, sia di sinistra, e sia anzi cresciuto in una di quelle famiglie conservatrici con un arsenale di armi in casa.

Il ruolo della Lega

La Lega ha già provato a tradurre la linea Trump in proposta di legge, chiedendo pene da sette a quindici anni per chi organizza, recluta, addestra o dirige gruppi anarchici militanti denominati Antifa o simili. Tra i sostenitori del testo c’era proprio Molteni, oggi indicato come possibile rappresentante del governo al convegno.
Il fatto che a partecipare sia un leghista e non un esponente di Fratelli d’Italia cambia poco: la scelta consente a Meloni di tenere agganciata la destra italiana all’ala più conservatrice del Partito repubblicano americano, anche per non lasciare troppo spazio alla concorrenza interna di Roberto Vannacci e i suoi.

L’asse con i repubblicani

Il rapporto con la destra americana, del resto, non si è interrotto neppure nei giorni di maggiore tensione personale con Trump. Due settimane fa Carlo Fidanza, capodelegazione di FdI a Bruxelles e vicepresidente di Ecr, e Antonella Sberna, eurodeputata FdI e vicepresidente del Parlamento europeo, sono stati a Washington per incontri con think tank conservatori e figure dell’amministrazione Usa.
Fidanza ha raccontato a La Stampa di aver trovato «un apprezzamento immutato della Casa Bianca per Meloni» e ha difeso la partecipazione italiana: «Fa bene il governo ad andare». Per l’eurodeputato, le organizzazioni violente di estrema sinistra sarebbero «sempre più collegate tra di loro anche in Europa». Accuse pretestuose e non supportate da alcun dato concreto, ovviamente. Ma questo, agli anti-Antifa, ovvero ai «fa», non interessa.

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