Il fine vita torna davanti alla Corte costituzionale. Nell’udienza di martedì 23 giugno i giudici sono chiamati a pronunciarsi su un punto decisivo: il requisito del «trattamento di sostegno vitale», oggi necessario per accedere al suicidio assistito senza che chi aiuta il paziente rischi una condanna. Una decisione che potrebbe allargare la platea dei malati ammessi alla procedura. Per la prima volta, inoltre, in udienza interverranno direttamente anche undici pazienti: otto contrari a un’estensione della disciplina e tre favorevoli.
Le condizioni fissate dalla sentenza Cappato
Il riferimento resta la sentenza 242 del 2019, nata dal caso Cappato-Dj Fabo. La Consulta ha escluso la punibilità dell’aiuto al suicidio solo in presenza di quattro condizioni: una patologia irreversibile, sofferenze fisiche o psicologiche ritenute intollerabili dal paziente, piena capacità di prendere decisioni libere e consapevoli, dipendenza da trattamenti di sostegno vitale.
Proprio quest’ultimo requisito è oggi al centro del confronto. Finora ha consentito a un numero limitato di malati di accedere al suicidio assistito in Italia. Ma resta controverso stabilire cosa debba rientrare davvero nel concetto di sostegno vitale: solo macchinari come la ventilazione meccanica o anche terapie continuative, dispositivi medici e assistenza costante?
Il caso sottoposto dal tribunale di Bologna
La questione è stata sollevata dal Gip di Bologna nell’ambito del procedimento nato dopo l’accompagnamento in Svizzera di una donna gravemente malata, affetta da una patologia irreversibile ma non dipendente da macchinari salvavita. Ad aiutarla erano stati alcuni attivisti dell’associazione Luca Coscioni, tra cui Marco Cappato, che si sono poi autodenunciati per il reato di aiuto al suicidio.
La Procura aveva chiesto l’archiviazione, ma il giudice ha deciso di sospendere il procedimento e inviare gli atti alla Consulta. Il dubbio che necessita un chiarimento è perché un paziente attaccato a un presidio vitale possa rifiutare le cure e lasciarsi morire, mentre un malato nelle stesse condizioni di sofferenza, ma non dipendente da un macchinario, non possa ricevere aiuto per porre fine alla propria vita.
Il rischio di una disparità tra malati
Secondo il giudice bolognese, il vincolo del sostegno vitale può creare una discriminazione tra persone affette da patologie irreversibili e sottoposte a sofferenze intollerabili. A fare la differenza non sarebbe la gravità della malattia, ma il tipo di trattamento ricevuto.
Una lettura restrittiva potrebbe escludere pazienti gravissimi solo perché non collegati a un dispositivo meccanico. Al tempo stesso, una lettura più ampia aprirebbe l’accesso al suicidio assistito a casi oggi non coperti dalla non punibilità fissata dalla Consulta.
Negli ultimi anni la Corte ha già affrontato il tema, chiarendo che il sostegno vitale può includere anche terapie farmacologiche continuative, dispositivi medici e assistenza di terzi. Ma la questione resta aperta, soprattutto in assenza di una legge nazionale.
In aula malati favorevoli e contrari
Per la prima volta, anche i malati interverranno in udienza. Da una parte ci saranno tre malati che chiedono di accogliere la questione di costituzionalità e di superare un’interpretazione troppo rigida del requisito. Dall’altra otto pazienti affetti da patologie irreversibili, ma contrari al suicidio assistito, chiederanno che la questione venga dichiarata inammissibile o infondata.
Attraverso i loro legali, i malati contrari spiegano di non volere «la libertà di morire», ma «la libertà di essere curati». Temono che l’eliminazione del requisito del sostegno vitale possa trasformarsi in una pressione ulteriore su persone fragili. Sul fronte opposto, l’associazione Luca Coscioni sostiene invece che l’attuale disciplina lasci troppi pazienti alla discrezionalità delle strutture sanitarie e delle Regioni.
Il Parlamento resta fermo
La decisione della Consulta si inserirà in un vuoto legislativo che dura da anni. Le Regioni hanno provato a muoversi in ordine sparso, ma non possono modificare i requisiti sostanziali fissati a livello nazionale. Il governo ha impugnato alcune iniziative locali s insiste sulla centralità delle cure palliative. Le opposizioni hanno presentato una proposta unitaria, ma il testo non sembra avere reali possibilità di avanzare. Così, ancora una volta, su una delle questioni più sensibili si dovrà attendere una pronuncia dei giudici costituzionali nella colpevole inerzia della politica.
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