lunedì 27 Luglio 2026
Il cardinale Matteo Maria Zuppi, presidente della Conferenza Episcopale Italiana (Cei). ANSA/MAURIZIO BRAMBATTI

Il cardinale Zuppi su Roggero: «La grazia si chiede, non si impone»

Intervistato dal quotidiano cattolico Avvenire, il presidente della Cei ha parlato anche della morte di Abderrahim Fakir e del sempre più fragile rispetto dello Stato di diritto da parte di politici e istituzioni. «Non dobbiamo accettare come normale la logica del conflitto»

Di Giustino Marai
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Il quotidiano cattolico Avvenire ha intervistato il cardinale Matteo Maria Zuppi, della Episcopale Italiana e arcivescovo metropolita di Bologna. Zuppi ha parlato del caso di , il condannato in via definitiva a 14 anni e 9 mesi per aver due rapinatori in fuga e un terzo, della morte di Abderrahim durante un intervento di polizia e del sempre più fragile rispetto dello Stato di da parte di politici e istituzioni.

«La grazia si chiede, non si impone»

Zuppi invita a non piegare il dibattito pubblico alle «turbolenze mediatiche», che definisce «opportunità ghiotte per polemiche» ma anche «bocconi avvelenati» capaci di inquinare un confronto serio.
«Tutti abbiamo bisogno di sicurezza e di protezione, ma mai accettare di cercarle da soli», ammonisce il presidente della Cei. Poi il passaggio sulla grazia: «Non so se sono diventato vecchio e demodè, ma rimpiango molto il garbo istituzionale nel linguaggio e anche nella forma, perché è un contenuto! La grazia, poi, è tale, la parola si spiega da sé: c’è il diritto a chiederla certo non quello ad imporla! Ricordando sempre che questo istituto è normato, ha delle regole secondo le quali può essere concessa. Perché fare credere che chi strilla la ottiene? Che prassi di giustizia ne viene fuori?».

La domanda di verità per Fakir

Zuppi interviene anche sulla morte di Abderrahim Fakir. L’arcivescovo condanna le violenze contro le forze dell’ordine dopo la manifestazione promossa dal sindaco Matteo Lepore, ma avverte che la domanda di verità non può non essere ascoltata.
«Ho apprezzato l’impegno del ministro Matteo Piantedosi: “Non sarà un nuovo caso Cucchi”, ha detto. Un impegno per la verità e la giustizia, per confermare la fiducia nelle istituzioni, antidoto alla rabbia e alla vendetta “fai da te”. Come peraltro ha chiesto con coraggio la nipote di Fakir». E osserva: «Chiedere giustizia, ovviamente, non vuol dire condanna», aggiunge, ma «accertamento dei fatti e giudizio equo sulle responsabilità».

«Disarmare le parole»

«Affrettare delle conclusioni in un senso o nell’altro, il processo alle intenzioni, è pericoloso per tutti», avverte. L’arcivescovo richiama anche le parole di papa Leone: «Disarmiamo le parole e contribuiremo a disarmare la Terra». Ma per Zuppi «non c’è solo da disarmare le parole, ma anche cambiare lo sguardo, la prospettiva, ascoltare di più le vittime. È questo che aiuta a diventare consapevoli dell’abisso del male racchiuso nella e prodotto sempre da ogni violenza. Qui si rivela l’essere cristiani! È un problema spirituale. Nel nostro caso, vedere i parenti di Fakir, ascoltare la nipote, ci ha reso consapevoli che la vittima non è “un caso”, un numero, un nemico, ma una persona. Non dobbiamo accettare mai come normale la logica del conflitto».

Il tema della salute mentale

Zuppi poi la morte di Fakir al tema della salute psichica. «Questo è uno dei temi più importanti in questa vicenda dolorosa», osserva. «Il disagio delle relazioni è evidente e in crescita esponenziale, sia tra i minorenni che tra gli adulti. E quando poi è legato alle dipendenze diventa ancora più difficile da gestire. Occorre personale sufficiente e qualificato, strutture e luoghi dove il disagio psichiatrico sia curato, con progetti a lungo termine sia sanitari che sociali per aiutar tanta sofferenza che si rivela pericolosa per sé e per gli altri. Quanti episodi tragici sono causati da questi disagi e dalla mancanza di mezzi adeguati per prevenirli e contenerli? Questo richiede programmazione e continuità. C’è molto da fare e si può farlo solo insieme».

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