La morte di Abderrahim Fakir non è soltanto un caso di cronaca nera: chiama in causa i diritti umani, i protocolli di intervento della polizia, le garanzie per le famiglie delle vittime e il clima politico attorno al tema della sicurezza. Ne abbiamo parlato con Riccardo Noury, da oltre vent’anni portavoce di Amnesty International Italia e autore o coautore di numerosi scritti sui diritti umani, soprattutto sui temi della pena di morte e della tortura.
Il caso di Abderrahim Fakir pone ancora una volta il tema delle morti durante gli interventi delle forze dell’ordine. Per Amnesty International, quali misure concrete dovrebbero essere adottate per prevenire episodi simili?
«Beh, ci sono delle direttive. Sono state emanate dal Viminale a maggio, quindi sono recenti. Io posso immaginare che prendano spunto anche dalla condanna dell’Italia di fronte alla Corte Europea dei Diritti Umani, all’inizio di quest’anno, per il caso di Riccardo Magherini, che è molto simile a quello di Fakir. Quindi ciò che Amnesty International chiede è che queste linee guida sul fermo delle persone non collaborative siano applicate. Perché siano applicate, occorre innanzitutto che siano fatte conoscere. Questo chiama in causa la catena di trasmissione di queste linee guida; chiama in causa la formazione, la sua qualità, la sua durata. Perché altrimenti, se rimangono scritte sulla carta, noi continuiamo a vedere cose che abbiamo già visto.»
Nel caso Fakir si parla di “scudo penale”, ovvero dell’iscrizione di agenti e operatori sanitari nel nuovo registro delle “annotazioni preliminari”, diverso dal registro degli indagati. Che giudizio date su questo strumento? È una modifica soltanto formale oppure rischia effettivamente di ridurre trasparenza e responsabilità?
«Il fatto che sia stato inserito nel secondo decreto Sicurezza dà l’idea che sia una misura a favore della sicurezza delle forze di polizia, quindi non esattamente neutra. Ci viene detto e ridetto che non favorirà l’impunità, però: o non ce n’era bisogno o, se ce n’era bisogno, dal punto di vista di chi l’ha proposta e di chi l’ha approvata, serve a riparare in qualche modo gli operatori delle forze di polizia da indagini. Dopodiché, se si vorrà indagare si indagherà. Però l’idea che proprio su un caso così grave, su un caso mortale, si applichi per la prima volta questo registro separato fa un po’ impressione.»
Per le famiglie delle vittime, la prima richiesta è quasi sempre la stessa: verità. Quali garanzie minime servono perché un’indagine su una morte durante un intervento pubblico sia davvero indipendente, rapida e credibile?
«Ci sono degli standard internazionali ribaditi anche, per quanto riguarda l’Europa, dalla Corte Europea dei Diritti Umani, quindi valgono per tutti gli Stati membri del Consiglio d’Europa. L’indicazione è quella che le indagini siano affidate a un corpo diverso da quello che è sospettato di aver commesso un crimine. Questa potrebbe essere certamente una garanzia di indipendenza. Quindi la prima condizione è che la verità si accerti in maniera trasparente, attraverso indagini approfondite, tempestive e imparziali. Probabilmente la cosa migliore è quella che non ci sia il meccanismo per cui si indaghi su sé stessi perché, quando c’è questo meccanismo di indagare su sé stessi, rimane il dubbio che le indagini favoriscano l’impunità più di quanto cerchino la verità.»
Si parla da tempo di codici identificativi per gli agenti di polizia, codici in favore dei quali da anni Amnesty International sta portando avanti una campagna, e di bodycam. Nell’inchiesta sulla morte di Fakir, la bodycam “privata” indossata dall’agente potrebbe giocare un ruolo importante. Qual è la vostra posizione su questo strumento?
«Amnesty International non è contraria alle bodycam. Siamo contrari alla proposta che ci viene fatta ormai da tempo, e cioè: bodycam al posto dei codici identificativi. Noi chiediamo che i codici ci siano perché sono una misura di garanzia soprattutto per le persone che vengono affrontate dalle forze di polizia durante le manifestazioni, durante un fermo o in altre circostanze. Sono una garanzia anche per gli stessi funzionari di polizia, perché con delle immagini chiariscono le responsabilità individuali. Detto questo, sappiamo per certo che l’uso delle bodycam può avere un effetto sia deterrente sia di chiarimento delle dinamiche di alcuni fatti. Resta però uno strumento che è nelle mani dei funzionari di polizia.»
Negli ultimi anni il dibattito pubblico in Italia sembra spesso contrapporre sicurezza e diritti. Dal vostro punto di vista, il clima politico che si respira attorno al tema dell’ordine pubblico può aver avuto e avere un impatto nell’approccio della polizia nei confronti della cittadinanza e, soprattutto, delle marginalità?
«C’è indubbiamente un tema di decretazione securitaria che produce anche un effetto di insicurezza nelle persone che scendono in piazza, perché sono provvedimenti restrittivi degli spazi dove esprimere dissenso, pensiero critico, in forma pacifica. Però secondo me, nel caso di Fakir in particolare, c’è anche un tema di narrazioni. Io questo vorrei sottolinearlo: ovviamente è un’ipotesi, non è frutto di un’indagine che ha condotto Amnesty International, però Fakir era descritto come una persona in una situazione psicologica molto complicata, che aveva il timore che non gli venisse rinnovato il permesso di soggiorno. Ora dobbiamo chiederci: questo discorso della remigrazione, che ormai viene fatto apertamente, quanto incide sulle persone già vulnerabili che sono nel nostro Paese? Che impatto ha questa paura di essere rimandati “a casa”? Dovremmo iniziare a riflettere anche sugli effetti che possono avere queste narrazioni ostili nei confronti delle persone migranti, o comunque straniere, che si trovano nel nostro Paese, spesso peraltro perfettamente regolari. È un insieme di cose: da un lato una decretazione securitaria che rischia di imbaldanzire un po’ le forze di polizia; dall’altro una narrazione piena d’odio che produce paura nelle persone, soprattutto in quelle più fragili e vulnerabili. Aggiungo anche un’ultima cosa: quando questi stati di vulnerabilità non sono affrontati sul piano della salute pubblica, ma diventano un problema di ordine pubblico, è troppo tardi. E noi siamo a questo.»
Se la sente di commentare i primi risultati che sono stati resi noti dopo la tac e l’autopsia di Abderrahim Fakir?
«Questi esami dicono che c’è stata un’ostruzione della via respiratoria, il sangue nei polmoni. Sono gli effetti di uno schiacciamento, di una compressione. Le conseguenze di una manovra di immobilizzazione. Cose che abbiamo già visto: Riccardo Magherini nel 2014, Andrea Soldi nel 2015, Igor Squeo nel 2022. Manovre di immobilizzazione che hanno prodotto, in questi casi, la morte della persona. Nel caso di Igor Squeo, si è tentato più volte di chiudere l’indagine, ma a questo punto evidentemente ci sono degli elementi che non convincono gli inquirenti [l’indagine è appena stata riaperta, ndr], ed è un bene che si vada fin in fondo.»
Ringraziamo Riccardo Noury e Amnesty International per la disponibilità.
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