L’accordo tra Stati Uniti e Iran, per ora, è poco più di una cornice politica. Lo ha ammesso il vicepresidente americano JD Vance: il documento concordato tra le parti occupa appena una pagina e mezza e non contiene ancora i dettagli operativi.
Come osserva Fabio Tonacci su Repubblica, il memorandum interrompe i combattimenti e promette la riapertura dello Stretto di Hormuz, ma rinvia alle prossime trattative quasi tutti i nodi che avevano giustificato la guerra.
Le divergenze sul nucleare
Teheran si impegna a non costruire né procurarsi un’arma atomica. Washington chiede però che l’Iran sospenda l’arricchimento dell’uranio per almeno 15 anni, mentre la Repubblica islamica propone una moratoria di dieci.
Restano distanti anche le posizioni sui controlli. Gli Stati Uniti vogliono ispezioni dell’Aiea intrusive e senza preavviso; l’Iran preferisce verifiche programmate e concordate. Tempi, accesso agli impianti e sanzioni in caso di violazione dovranno essere definiti nella seconda fase.
Il nodo dei 440 chili di uranio
Il problema più urgente riguarda i 440 chilogrammi di uranio arricchito al 60%, custoditi nei tunnel dell’impianto di Isfahan. È una percentuale vicina al 90% necessario per produrre un ordigno nucleare e molto superiore al limite del 3,67% previsto dall’accordo firmato nel 2015 durante la presidenza Obama e successivamente abbandonato da Trump.
Washington vorrebbe distruggere il materiale o trasferirlo fuori dall’Iran. Teheran si dichiara disponibile a diluirlo sul proprio territorio, ma rifiuta di consegnarlo all’estero. A questo si aggiungono altre otto tonnellate di uranio con livelli di arricchimento inferiori.
Missili e Libano fuori dall’intesa
Il programma missilistico iraniano, indicato da Trump tra gli obiettivi iniziali della guerra, è rimasto fuori dal memorandum. Secondo le stime statunitensi, circa il 70% dell’arsenale dei pasdaran sarebbe ancora intatto e molti sistemi mobili continuerebbero a essere operativi.
Anche il Libano resta un punto critico. La tregua dovrebbe estendersi al conflitto tra Israele e Hezbollah, ma nessuna delle due parti ha firmato l’accordo. Netanyahu ha già chiarito di considerare separati i fronti iraniano e libanese e di voler mantenere libertà d’azione. Washington, a sua volta, sostiene che Israele potrà reagire se Hezbollah riprenderà gli attacchi.
La gestione di Hormuz
Trump ha annunciato la riapertura dello Stretto di Hormuz per i 60 giorni del negoziato e ha escluso il pagamento di pedaggi. Teheran parla però della possibilità di introdurre successivamente tariffe per servizi di navigazione, assicurazione e protezione ambientale, in collaborazione con l’Oman.
Il ritorno alla normalità richiederà comunque tempo. Dopo mesi di blocco serviranno operazioni di sminamento e controlli sul tratto di mare. Secondo le stime riportate da Tonacci, per ripristinare completamente i traffici potrebbero essere necessari dai tre ai sei mesi.
Sanzioni e miliardi congelati
Anche il capitolo economico rimane poco definito. Fonti iraniane sostengono che il memorandum preveda lo sblocco di 24 miliardi di dollari in beni congelati, con la consegna di metà della somma prima dei colloqui finali. Washington non ha confermato questa versione.
Gli Stati Uniti potrebbero inoltre sospendere temporaneamente le restrizioni sulle esportazioni di petrolio iraniano. Trump ha però legato ogni apertura al comportamento di Teheran: «Se faranno ciò che devono fare, allora potrebbero esserci sviluppi».
Tanto rumore per nulla.
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