mercoledì 15 Luglio 2026

Agricoltura, la Cia lancia l’allarme: “Prezzi invariati da 40 anni, produttori e consumatori in ginocchio”

Di La Sintesi Online
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(Adnkronos) – L’ italiana è in crisi. Nonostante un 2025 da record con un export di 73 miliardi e un’elevata qualità dei prodotti i costi di produzione sono scoperti. “C’è una forte discrasia. Le esportazioni e l’agroalimentare vanno molto bene, ma agricoltori e aziende sono in ginocchio” avverte il presidente di Cia – Confederazione Italiana Agricoltori -, Cristiano Fini, intervistato dall’Adnkronos.  

Il prezzo dei prodotti agricoli è crollato, mentre sono schizzati alle stelle i costi di produzione. L’esempio più eclatante riguarda la filiera del grano. I sono invariati da 40 anni, mentre i costi sono aumentati in maniera esponenziale, causati da un sempre più instabile e un apprezzamento dei fertilizzanti. La situazione colpisce tutti: “Si hanno gli anelli più deboli della filiera, consumatore e produttore, che pagano un prezzo molto alto”. Il prezzo del grano duro è attorno 24 per quintale, 21 euro per il grano tenero, ma si tratta “del prezzo che veniva pagato 40 anni fa” evidenzia Fini. Una situazione che vale per i cereali, ma anche per molte altre filiere, come quella dell’olio d’oliva che ha le proprie quotazioni dimezzarsi, o per riso e miele. Resistono le nicchie, come quella del Parmigiano Reggiano o la produzione di prosecco. Soffre anche l’ortofrutta: il caldo estremo delle ultime settimane ha portato diversi problemi: “Fa troppo caldo – taglia corto il presidente -. Si produce meno latte nelle stalle, la maturazione della frutta avviene tutta contemporaneamente e si va ad accavallare ad altre produzioni che provengono dall’estero”. 

A buttare ulteriore sul fuoco è la situazione in Medioriente che ha influenzato i costi di trasporto e l’approvvigionamento delle materie prime per i fertilizzanti. L’andamento dei prezzi sul interno evidenzia un forte paradosso: nonostante il recente e marcato calo del greggio, il prezzo del gasolio agricolo e dei fertilizzanti ha registrato solo lievissime flessioni. “Sapevamo che sarebbe stata una discesa molto più lenta rispetto a quella del petrolio, ma assistiamo a un crollo dei prezzi dei prodotti agricoli di fronte a un aumento importante dei costi di produzione” fa notare Fini. I costi di produzione restano scoperti e gli agricoltori lavorano in perdita. “Mentre in tutte le altre filiere, di fronte all’aumento dei costi di produzione, aumenta anche il prezzo finale, il nostro è l’unico settore dove ciò non succede, anzi avviene il contrario”, confermando una profonda sperequazione della catena del valore. Il profitto dell’agroalimentare si concentra così nelle mani di pochi intermediari – gli operatori della logistica, industriali e commerciali – lasciando ai produttori l’intero rischio d’impresa. Fattori che influenzano un’annata buona dal punto di vista qualitativo e delle rese, ma che mette alle strette i produttiri: “Chiunque vada a parlare con gli agricoltori nelle campagne non ne sentirà uno soddisfatto”.  

Di fronte a questo scenario, Fini chiede un’assunzione di responsabilità da parte di tutte le componenti della filiera. “Continuare a schiacciare l’impresa agricola e aumentare in modo selvaggio le importazioni non può essere la strategia di un sistema Paese che punta a garantire la alimentare”. Troppi comparti del settore sono in profonda crisi, la Confederazione chiede un’azione da parte delle istituzioni non solo per stanziare , quanto per ricomporre un valore più equo lungo la filiera a beneficio dei produttori. Se da un lato l’aumento dell’export agroalimentare e la forza attuale del comparto sono dati positivi, dall’altro un sistema che incrementa le importazioni di materie prime estere e penalizza i prodotti italiani “non può definirsi virtuoso”. Una tendenza che contrasta con la strategia di un Paese che dichiara di voler perseguire la sovranità alimentare e l’autosufficienza produttiva. 

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