Le tensioni tra USA e Iran si acuiscono e si riflettono ancora una volta nello Stretto di Hormuz. Qui, nella serata di sabato 11 luglio, i Pasdaran hanno preso di mira una nave portacontainer battente bandiera cipriota. Una dichiarazione di guerra alimentata dal manifesto pubblicato dal quotidiano iraniano Hamshahri, che raffigura i leader occidentali in tuta arancione e mirino puntato in fronte. Giorgia Meloni inclusa.
Il Comando Centrale degli Stati Uniti, che coordina le operazioni in Medio Oriente, ha quindi diffuso in risposta un post su X: «Le forze statunitensi hanno colpito circa 140 obiettivi militari iraniani – tra cui siti missilistici, imbarcazioni, depositi di armamenti, postazioni di sorveglianza costiera e reti di comunicazione, ndr –, utilizzando munizioni di precisione, lanciate da aerei di combattimento, droni e navi da guerra».
Sembra quindi che i funerali della Guida Suprema Ali Khamenei, che si sono conclusi giovedì 9 luglio, abbiano fatto riaffiorare il radicalismo covato dai sostenitori del fondamentalismo islamico. Il manifesto che arriva da Teheran, invita infatti i lupi solitari ad agire e chiama alla vendetta. Linea perpetrata anche dal figlio dell’ayatollah morto lo scorso 18 febbraio, Mojtaba Khamenei, oggi leader della Repubblica Islamica. In questo contesto sempre più fragile, Washington ha scelto di applicare la strategia «pace e bombe», quindi proseguire con i negoziati, mantenendo al contempo il conflitto a bassa intensità.
«Per gli Stati Uniti, neutralizzare la presa dell’Iran sullo Stretto di Hormuz é fondamentale per costringere Teheran ad assumere una posizione più flessibile sulle questioni su cui gli USA vogliono concentrarsi nei colloqui, soprattutto la limitazione del futuro programma nucleare iraniano», scrive il Wall Strett Journal, sottolineando al contempo il timore che a Teheran l’ala estremista possa prendere il sopravvento su coloro che invece optano per una linea più moderata. Divergenza che aveva visto, in fase negoziale, lo scontro tra i Pasdaran e la delegazione iraniana chiamata a Ginevra, definita dai Guardiani della Rivoluzione troppo «accondiscendente» nei confronti degli Stati Uniti.
L’instabilità dello Stretto di Hormuz però non è solo una questione politica e ideologica. I leader UE temono che l’escalation nel Golfo possa provocare un’altra crisi energetica, che si riverserebbe inesorabilmente sull’economia già in ginocchio.
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