Gli Stati Uniti rilanciano lo scontro con Cuba pubblicando un rapporto del Dipartimento di Stato che accusa l’Avana di una campagna di spionaggio e sovversione durata quasi settant’anni. Il documento, presentato da Marco Rubio, si intitola Cuba, la capitale del comunismo del 21° secolo e descrive l’isola come uno dei principali centri di una rete antiamericana legata anche a Russia, Cina e Iran.
Il rapporto del Dipartimento di Stato
Secondo Washington, il governo cubano avrebbe condotto «una campagna costante di sovversione contro gli Stati Uniti», infiltrando «i livelli più alti del governo statunitense», reclutando attivisti americani e sostenendo una presunta «ondata senza precedenti di terrorismo di estrema sinistra sul suolo americano».
Rubio ha presentato il rapporto come «l’intera storia dello spionaggio e della sovversione cubana» negli Stati Uniti, sostenendo che il popolo americano abbia «il diritto di sapere». Per il Dipartimento di Stato, quella cubana sarebbe stata «una delle più durature e dannose penetrazioni dell’intelligence straniera nella storia degli Stati Uniti».
Le reti di influenza
Il documento sostiene che l’Avana abbia costruito nel tempo una strategia fondata su spionaggio, infiltrazione, sabotaggio, reti di intermediari e propaganda ideologica. Non potendo sfidare gli Stati Uniti sul piano militare convenzionale, Cuba avrebbe perfezionato una «lunga guerra di logoramento» contro Washington.
Tra le accuse ci sono l’addestramento e il sostegno a guerriglieri di sinistra, il rifugio offerto a latitanti americani accusati di attentati, rapine e omicidi, e l’infiltrazione di agenti cubani nel Dipartimento di Stato, nel Consiglio per la Sicurezza nazionale e al Pentagono.
La “minaccia comunista”
Secondo il Dipartimento di Stato, Cuba avrebbe alimentato dagli anni Sessanta una forma di marxismo fondata sull’ostilità verso gli Stati Uniti e l’Occidente.
Il documento arriva a collegare all’influenza cubana alcuni passaggi recenti della politica americana, dalle proteste per l’omicidio di George Floyd (e molti altri afroamericani) da parte della polizia all’attivismo nei campus universitari, fino alla nascita del movimento Antifa.
Una ricostruzione ai limiti del surreale, che si inserisce nella nuova preoccupante offensiva dell’amministrazione Trump contro quella che viene definita la “minaccia comunista”.
La possibile escalation
Le accuse alzano di nuovo la tensione tra Washington e L’Avana. Lo spionaggio reciproco è un fatto noto da decenni, ma il rapporto usa toni da Guerra fredda e arriva in un momento in cui Donald Trump ha più volte indicato Cuba come possibile prossimo bersaglio della pressione americana nel “cortile di casa”, dopo il Venezuela.
Secondo gli Stati Uniti, l’isola ospiterebbe oggi un numero crescente di installazioni militari, di intelligence e terroristiche straniere, e sarebbe diventata il «tessuto connettivo» di una coalizione antiamericana in cui convergerebbero gli interessi di Mosca, Pechino e Teheran.
La veridicità delle accuse conta poco: quello che ci dice questo rapporto è che i falchi americani stanno preparando il terreno per l’ennesima fragrante violazione del diritto internazionale.
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