Venerdì 19 maggio un bracciante straniero stava andando al lavoro in bicicletta. Quattro ragazzi a bordo di uno scooter, alle 5.45, lo hanno bloccato. È iniziata così l’aggressione a colpi di bastone. Ma il caso non è isolato: almeno quattro persone, provenienti dal Bangladesh, hanno subito la stessa violenza sulla loro pelle. “Nella stessa giornata abbiamo fornito supporto ad alcuni migranti aggrediti mentre si recavano al lavoro”, ha spiegato Albert Kabonko, impegnato nell’assistenza dei lavoratori trattati come schiavi. Come riporta Repubblica, la dinamica sta diventando sistemica.
Il fenomeno in espansione
La strage dei braccianti ad Amendolara, in Calabria, pone l’attenzione su un tema ancora caldo: il caporalato. Lungo la strada tra Scanzano Jonico e Corigliano, ad esempio, lo scorso 4 ottobre sono morti dieci lavoratori stranieri, ammassati all’interno di una Renault Scénic da sette posti. Tra le vittime, Kumar Manoj, Singh Surjit, Singh Harwinder e Singh Jaskaran.
Percorrevano ogni giorno 170 chilometri, per occuparsi dei campi di uva, fragole e ortaggi tra Calabria, Basilicata e Puglia. La tragedia aveva seguito un’inchiesta complessa, che aveva portato alla medesima conclusione: sfruttamento di manodopera e lavoratori trattati come schiavi. Ecco perché la strage di Amendolara, in realtà, non rappresenta un’eccezione, ma una dinamica sistemica.
I dossier sul caporalato pakistano e indiano, che si è ormai radicato nei territori, sono già al vaglio delle Procure locali. È una rete che è molto più difficile da ricostruire rispetto al caso dei lavoratori di origine africana che vivevano nei ghetti di Rosarno. In questo caso si tratta di persone sparse a macchia di leopardo e stipate in appartamenti sovraffollati, impegnati in turni di 12 ore a 40 euro al giorno, di cui gran parte rimane nelle tasche dei caporali per il pagamento dei trasporti e dell’alloggio.
Il progetto Su.Pr.Eme, un piano finanziato dall’Unione Europea e dal Governo italiano, nasce proprio per combattere queste forme di abuso. “Dobbiamo avere coraggio di ammettere che la legge 199, quella sul caporalato che abbiamo tanto voluto, è monca”, ha affermato la sindacalista della Cgil – operante in Calabria – Caterina Vaiti, “norme come il decreto flusso finiscono per produrre lavoratori senza documenti, senza diritti e senza tutele”.
E tra i beneficiari c’è anche la ‘ndrangheta. Osserva il fenomeno, lo sfrutta e lascia la gestione ai caporali pakistani e indiani. I campi diventano così uno strumento della criminalità organizzata, per produrre frutta e soprattutto soldi.
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