Alla premier Giorgia Meloni bisogna riconoscere un talento: individuare un capro espiatorio e addossargli le sue responsabilità. Ora tocca all’Unione europea, colpevole di essere “un gigante burocratico” che inficia sulla “crescita e la competitività”. A questo punto, osserviamo i numeri conquistati dall’esecutivo: l’Italia del centrodestra è ultima per crescita economica (+0,5% contro la media Ue dell’1,1%) e prima per debito pubblico sul Pil (138,5% nell’anno corrente e attende di salire a 139,2% nel 2027).
Passiamo poi al tasso di occupazione dei giovani diplomati tra i 20 e i 34 anni, sotto di 9 punti percentuali rispetto alla media Ue, mentre per i laureati della stessa fascia di età la percentuale risulta inferiore di 5,9 punti. Non solo, sulla scrivania del ministro delle Imprese Adolfo Urso sono abbandonati attualmente ben 43 dossier problematici. Peraltro i progetti Industria 4.0 e Transizione 5.0 si sono tradotti in norme quasi impossibili da applicare e risorse prosciugate talmente velocemente da seguire la chiusura anticipata dell’assegnazione dei fondi.
A questo si aggiunge la mal gestione dei finanziamenti provenienti dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza: i dati Eurostat confermano che nel 2025 l’Italia aveva speso solo il 57% dei fondi. Una carrellata, insomma, di fallimenti scoraggianti inanellati in quattro anni di Governo. Ma il presidente di Confindustria Emanuele Orsini diventa improvvisamente clemente: “Non serve cercare il colore politico dei governi degli ultimi decenni. La verità è che, collettivamente, non abbiamo fatto abbastanza”.
Dei numeri citati, però, non si è parlato durante l’assemblea. Questo perché, per quanto l’attuale assetto europeo sia criticabile, non dipendono tanto dalle linee guida della Commissione, quanto dalle politiche economiche inefficaci portate avanti dalla maggioranza insediata a Palazzo Chigi nel 2022.
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