(Adnkronos) – È il tema di questi mesi, l’intelligenza artificiale, e probabilmente nelle sue declinazioni future lo sarà dei prossimi anni. Non c’è mai stata nella storia un’accelerazione tecnologica paragonabile. Non è semplicemente possibile, tanto più nel mondo del lavoro, far finta di niente. Ne abbiamo parlato con un esperto, Alessandro Agostini, fondatore di AvantGrade.com, uno di quei professionisti che all’Ia ha dedicato anni di studio pratico, “sporcandosi le mani”, come ama dire lui stesso e che, proprio all’Intelligenza Artificiale e alle sue implicazioni pratiche nel mondo della comunicazione e della ricerca, ha dedicato un libro: ‘Essere la risposta’, uscito in queste settimane e disponibile su Amazon.
Come l’intelligenza artificiale sta cambiando il mondo del lavoro oggi, al di là della narrazione superficiale su automazione e sostituzione?
“Oggi l’intelligenza artificiale nel mondo del lavoro è in una fase ‘adolescenziale’: c’è grande interesse, ma la vera maturità non si vede ancora. Nel momento in cui inizi a usarla, ti rendi conto che per avere un vero impatto devi integrarla nei processi aziendali, valutando se questi funzionano ancora così come sono o se vanno cambiati in base alla nuova funzionalità. Attualmente, l’Ia sta portando più valore nelle situazioni iper-strutturate, come la programmazione. Nei lavori intellettuali l’impatto c’è, ma è ancora piuttosto trascurabile rispetto alle aspettative”.
Il suo libro ‘Essere la risposta’ parla in particolare dell’ambito comunicazione e marketing. Come sta cambiando questo settore?
“Tutta la produzione di contenuti (immagini, video) viene toccata dall’Ia. Il libro tratta della nascita di una nuova professione: l’esperto che ti rende visibile nelle risposte dell’intelligenza artificiale (esperto Geo o di ottimizzazione per l’Ia). Da un lato, c’è chi si occuperà di ottimizzare questa visibilità; dall’altro, inserire l’Ia nei reparti marketing permette di avere una ‘potenza di fuoco’ di almeno 1,5 volte superiore a prima, riducendo i tempi o aumentando l’output. ‘Essere la risposta’ significa farsi trovare pronti in un mondo in cui le persone sono distratte e cercano la sintesi: se il tuo brand appare nelle risposte rapide di sistemi come Google, Gemini o ChatGpt, diventi rilevante per l’utente. È la nuova era della visibilità online, mediata da queste piattaforme che fungono da veri e propri ‘gatekeeper doganali'”.
Dobbiamo aver paura del fatto che i siti web non verranno quasi più cliccati?
“Dobbiamo ripensare al ruolo dei siti. Quando le persone chiedono all’Ia, il sito non è più solo una destinazione di traffico, ma diventa l’ingrediente della risposta fornita dall’intelligenza artificiale all’utente finale”.
Tornando al mondo del lavoro in generale, qual è il vero rischio oggi e l’errore più grande che si sta facendo di fronte a questa rivoluzione?
“Il rischio, per aziende e persone, è di non capire questo strumento, di non usarlo e di non beneficiarne. Il tema centrale non è ‘mi ruba il lavoro o no’, ma capire come cambia il lavoro e adattarsi in questo nuovo ecosistema. Si tratta di una trasformazione delle professioni. L’essere umano che lavora bene, con ‘la testa e con il cuore’, metterà sempre il suo valore aggiunto, ma sarà un valore diverso da quello di 3 o 5 anni fa”.
Quale sarà il valore aggiunto per i prossimi 3-5 anni? Quale aspetto, magari oggi sottovalutato, diventerà rivoluzionario?
“Nasceranno tante nuove professioni ben pagate, tra cui appunto l’esperto della visibilità sulle risposte dell’Ia, che diventerà una figura centrale. Dal punto di vista del macrosistema del lavoro intellettuale, ci sarà un cambio drastico non appena l’Ia diventerà matura. Abbiamo già visto casi di intelligenze bloccate perché troppo potenti dal punto di vista della cybersecurity: stiamo vivendo un’accelerazione mai vista prima”.
Dove si potranno formare queste nuove professioni? Ci sarà una rivoluzione anche a livello universitario?
“Oggi chi si forma meglio sono quelli che ‘si sporcano le mani’: persone che aprono gli strumenti, testano, provano e riprovano senza troppe remore. Spesso sono freelance o lavorano in aziende medio-piccole. Nelle grandi corporation, spesso per motivi di sicurezza informatica, gli strumenti vengono bloccati dal Pc aziendale, costringendo i dipendenti a lavorare con metodi del passato. Nelle realtà più piccole, sotto i 200 dipendenti, c’è molta più libertà di testare ed evolvere velocemente. Oggi un ‘piccolo’ e sveglio, se usa bene l’Ia, può lavorare con la stessa forza di un team di 3 o 4 persone. Vedo invece molto male chi lavora da anni e fa resistenza al cambiamento: di fronte a uno tsunami come l’Ia, verranno semplicemente travolti”.
—
lavoro/dati
webinfo@adnkronos.com (Web Info)
