Carlo Nordio interviene nella polemica sul cosiddetto «patentino antifascista» di Più libri più liberi con un’uscita grottesca. «Forse gli organizzatori non sanno che il libro più importante per la nostra giustizia, cioè il Codice penale, reca la firma di Mussolini», ha dichiarato il ministro. Allora, parafrasando le sue parole, forse Nordio non sa che il Codice Rocco è sopravvissuto al fascismo soltanto perché è stato profondamente riscritto e reinterpretato dal legislatore, dai giudici ordinari e da quelli costituzionali.
L’approvazione del Codice Rocco
Il Codice penale fu approvato nel 1930, nel pieno del ventennio fascista, con il regio decreto firmato anche da Benito Mussolini. Portava il nome del guardasigilli Alfredo Rocco ed era costruito secondo una concezione autoritaria dello Stato: tutela dell’ordine politico, repressione del dissenso, subordinazione dell’individuo al potere pubblico.
Dopo il 1945, però, quel testo non è stato semplicemente accolto dalla democrazia repubblicana. È stato sottoposto a una continua opera di revisione da parte del Parlamento, della Corte costituzionale e dei giudici ordinari. Molte disposizioni incompatibili con la Carta sono state cancellate o reinterpretate.
La bonifica del codice penale
Già prima dell’entrata in vigore della Costituzione furono abolite le disposizioni sulla pena di morte. Negli anni successivi vennero rimossi o modificati reati politici, discriminazioni religiose e di genere, norme sulla propaganda sovversiva e sui cosiddetti reati d’opinione.
Il codice Rocco puniva l’adulterio della moglie e non quello del marito; prevedeva il delitto d’onore, cioè uno sconto di pena per chi, dopo aver scoperto un tradimento, uccideva il coniuge, la figlia o la sorella; prevedeva il matrimonio riparatore, che condonava lo stupro al violentatore che si legava in matrimonio alla sua vittima; puniva la propaganda diretta a «distruggere o deprimere il sentimento nazionale».
Nel corso dei decenni, il nuovo quadro costituzionale repubblicano ha costretto il sistema penale a liberarsi progressivamente delle sue parti più autoritarie e patriarcali.
Un impianto ancora problematico
Il fatto che il Codice Rocco sia tuttora formalmente in vigore non dimostra la compatibilità tra fascismo e democrazia. Dimostra semmai quanto sia difficile sostituire integralmente un testo normativo complesso e quanto il diritto italiano abbia proceduto per riforme successive, sentenze costituzionali e leggi speciali che hanno in gran parte “decodificato” il diritto penale.
Dell’impianto originario restano ancora tracce problematiche: per esempio, nell’approccio fortemente securitario e preventivo ripreso anche dai recenti Decreti Sicurezza, e nella concezione della pena come momento di punizione anziché di rieducazione del condannato.
La lenzioncina di Nordio
Le parole del ministro, dunque, sono l’ennesima, grottesca e gratuita uscita a vuoto del suo mandato.
Chiedere agli espositori di una fiera pubblica di riconoscersi nei principi costituzionali non significa cancellare libri o idee. E ricordare che il Codice penale nacque sotto Mussolini, oltre a non avere alcuna attinenza con il merito del dibattito, non attribuisce alcuna patente democratica al fascismo.
Può darsi che, prima della lezioncina di Nordio, gli organizzatori della fiera non sapessero che il codice penale recasse la firma di Mussolini. Forse però è più preoccupante che il ministro della Giustizia non sappia che il documento più importante per la nostra Repubblica non è il codice penale. È la Costituzione, nata dalla Resistenza antifascista.





