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Ratko Mladic, ex comandante militare dei serbi di Bosnia condannato all’ergastolo per genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra,
è morto in un ospedale dell’Aja all’età di 84 anni e da tempo era malato
.
Generale dell’esercito jugoslavo, durante la dissoluzione della Jugoslavia comandò inizialmente unità impegnate in Croazia e nel maggio 1992 divenne comandante dell’Esercito della Republika Srpska, braccio militare della leadership serbo-bosniaca guidata politicamente da Radovan Karadzic.
Conosciuto come il “Macellaio di Bosnia”, il suo nome resta indissolubilmente legato all’assedio di Sarajevo e soprattutto al massacro di Srebrenica del luglio 1995, quando le sue forze conquistarono l’enclave dichiarata “zona sicura” dall’Onu e uccisero più di 8mila uomini e ragazzi bosgnacchi, in quello che la giustizia internazionale ha riconosciuto come genocidio.
“Eccoci qui, l’11 luglio dell’anno 1995, nella Srebrenica serba”, dichiarò Mladic entrando nella città, affermando di offrirla “in dono alla nazione serba” e che era arrivato il momento di “vendicarci dei turchi in questo luogo”. A favore di telecamera, mentre distribuiva caramelle ai bambini, rassicurò invece i civili: “Non abbiate paura di nulla, state tranquilli.
Lasciate andare prima le donne e i bambini… Nessuno vi farà niente”. Poco dopo, donne e bambini furono separati dagli uomini e dai ragazzi destinati alle esecuzioni di massa. Mladic fu riconosciuto colpevole di genocidio per Srebrenica, mentre venne assolto da quella specifica accusa per i crimini commessi in altre municipalità bosniache nel 1992, per i quali fu comunque condannato per crimini contro l’umanità. Tra le altre responsabilità accertate figurano la campagna di terrore contro i civili di Sarajevo, condotta attraverso bombardamenti e cecchini, e la presa in ostaggio di caschi blu dell’Onu nel 1995 per ostacolare gli attacchi della Nato.
Incriminato nel 1995 dal Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia, Mladic rimase latitante per 16 anni, protetto per parte di quel periodo da una rete di fedelissimi, fino all’arresto in Serbia nel 2011 e alla successiva estradizione all’Aja. Nel 2017 fu condannato all’ergastolo, sentenza confermata definitivamente in appello nel 2021. Negli ultimi mesi le sue condizioni di salute erano gravemente peggiorate: ad aprile il figlio aveva riferito di un ictus e a maggio la difesa aveva chiesto con urgenza il trasferimento in Serbia per cure mediche, descrivendo uno stato di deterioramento fisico “avanzato e irreversibile”, una condizione “terminale” e un “alto rischio di morte imminente”.
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