(Adnkronos) – Quando Donald Trump, fra due settimane, atterrerà a Pechino per il suo incontro d’alto livello con il presidente Xi Jinping, è molto probabile che lo farà con lo Stretto di Hormuz ancora chiuso. “Ora devono alzare bandiera bianca. È tutto ciò che devono fare: dire semplicemente: ‘Ci arrendiamo. Ci arrendiamo’”, ha detto Trump. Le sue parole, questa settimana, hanno dimostrato la sua intenzione di mantenere il blocco del traffico marittimo iraniano finché Teheran non cederà alle sue richieste. “Il blocco è geniale, ok”, ha detto ai giornalisti durante un evento con gli astronauti di Artemis II. Anche oggi, uscendo dalla Casa Bianca, ha reiterato: “Vogliono concludere un accordo, ma non ne sono soddisfatto”.
La chiusura è esattamente ciò che il presidente cercava di evitare quando, sei settimane fa, aveva posticipato il suo viaggio in Cina. Un fattore che, adesso, complica notevolmente tutto, tanto che i funzionari della Casa Bianca – secondo quanto appurato da Adnkronos – stanno ripensando completamente l’approccio del presidente americano. L’obiettivo resta quello di favorire un riavvicinamento con la Cina, sebbene Xi abbia preteso – sia pubblicamente che in privato – che gli Stati Uniti riaprano la via d’acqua attraverso la quale la Cina importa circa un terzo del proprio petrolio e gas.
“Il blocco americano è un vivido promemoria per Xi Jinping della vulnerabilità della Cina. La Cina importa circa 11 milioni di barili di petrolio al giorno, e il 90% di essi viaggia via mare. L’obiettivo finale auspicato da Trump è la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz; nel frattempo, tuttavia, Trump sta dimostrando alla Cina che la Marina degli Stati Uniti può controllare a proprio piacimento la sua rotta petrolifera di gran lunga più importante”, sostiene l’analista internazionale conservatrice, con sede a Washington, Rebecca Grant all’Adnkronos. Un blocco che Xi non gradisce per niente: nei giorni scorsi, il leader cinese ha chiesto esplicitamente la riapertura dello stretto, dichiarando al principe ereditario saudita Mohammed bin Salman, secondo quanto riportato dai media statali cinesi, che “dovrebbe rimanere aperto alla normale navigazione, il che è nell’interesse comune dei paesi della regione e della comunità internazionale”. Di recente, Xi si è spinto oltre, avvertendo che il mondo potrebbe tornare alla “legge della giungla”, sebbene in quell’occasione non abbia fatto alcun riferimento specifico all’Iran o allo stretto.
Trump arriverà in Cina il 14 maggio, per un’intensa visita di due giorni, dove ci si concentrerà sul raggiungimento di un accordo commerciale e, in misura minore, su questioni di sicurezza quali la pressione esercitata da Pechino su Taiwan, le rivendicazioni territoriali della Cina nel Mar Cinese Meridionale, la crescente attività informatica cinese contro gli Stati Uniti e il suo programma nucleare in espansione. Tuttavia, secondo gli analisti, il vero argomento principale saranno chiaramente le ripercussioni economiche di una guerra che la Cina ha chiarito di considerare superflua.
L’ufficio stampa della Casa Bianca, a una richiesta di Adnkronos, non ha affrontato direttamente il tema del possibile impatto dell’attuale blocco sul prossimo viaggio. Tuttavia, una portavoce, ha risposto con un comunicato già mandato ad altri media. “Il presidente Trump intrattiene un rapporto positivo con il presidente Xi e non vede l’ora di visitare la Cina nel corso di quest’anno. Grazie al riuscito blocco dei porti iraniani e agli effetti paralizzanti dell’Operazione Epic Fury, gli Stati Uniti mantengono la massima leva sul regime iraniano mentre proseguono i negoziati”, ha scritto la portavoce Anna Kelly, aggiunendo che Il presidente è stato chiaro nell’affermare che l’Iran non potrà mai possedere un’arma nucleare e mantiene sempre tutte le opzioni sul tavolo”.
Nel frattempo, fra gli osservatori internazionali, c’è chi non è necessariamente convinto che a Trump non vada bene che il viaggio in Cina arrivi con la crisi sullo stretto di Hormuz ancora irrisolta. “Il presidente americano tende sempre ad accentuare le tensioni durante i tavoli negoziali e il blocco di quella zona del mondo potrebbe paradossalmente dargli una leva per trattare su altre questioni irrisolte tra Washington e Pechino, vista la forte dipendenza cinese dal petrolio del Golfo del Persico”, secondo Davide Mamone, giornalista finanziario del Financial Times Specialist a New York. Anche Grant ritiene che la situazione attuale non sia del tutto negativa: “Non c’è dubbio che la riapertura dello Stretto di Hormuz sarà una richiesta di Xi a Trump. Bisogna vedere cosa risponderà il presidente americano e cosa potrebbe offrire il leader cinese in cambio”.
Nelle prossime due settimane, il ruolo della Cina nel conflitto potrebbe rivelarsi cruciale. Tra le nazioni asiatiche, detiene di gran lunga le maggiori riserve petrolifere, pertanto, la carenza di scorte non costituisce ancora un problema. Tuttavia, con il prezzo del petrolio salito improvvisamente oltre i 110 dollari al barile, toccando livelli tra i più alti dall’inizio della guerra, l’impatto economico sull’economia cinese sarà enorme, e molto probabilmente ben superiore a quello dei dazi imposti dall’amministrazione Trump. Allo stesso tempo, la Cina è, con ampio margine, il principale acquirente del petrolio iraniano; per questo motivo, Washington scommette che le pressioni esercitate da Pechino possano indurre gli iraniani a fare delle concessioni.
“Dall’altra parte, però, Xi è ben consapevole che il congelamento dello stretto stia facendo molto, molto male anche al presidente americano, soprattutto con le elezioni di medio termine che si avvicinano e con il prezzo della benzina che continua a rimanere elevato negli Stati Uniti. Questo rende Pechino potenzialmente più aggressiva nei colloqui previsti tra due settimane, perché la Cina sa di poter avere il coltello dalla parte del manico nel medio periodo”, sostiene Mamone. Pechino ha svolto un ruolo cruciale nel persuadere l’Iran ad accettare il primo cessate il fuoco di due settimane, ad aprile, dopo che Trump aveva minacciato di cancellare la civiltà iraniana dalla carta geografica. Secondo fonti iraniane, i cinesi avevano chiesto a Teheran di mostrare maggiore flessibilità nei negoziati relativi allo stretto, avvertendo che il cessate il fuoco avrebbe potuto rappresentare l’unica opportunità per scongiurare una catastrofe. Ora che i negoziati sembrano trovarsi nuovamente in una fase di stallo, diversi funzionari e analisti ritengono che la Cina possa avere l’opportunità di orientare la situazione verso una pace duratura o, quantomeno, verso un percorso volto alla riapertura di quella cruciale via d’acqua.
Oltre ai rapporti commerciali tra i due Paesi, esiste una limitata cooperazione militare. Le agenzie di intelligence americane hanno valutato che la Cina potrebbe aver inviato all’Iran una fornitura di missili spalleggiabili per il conflitto, sebbene due settimane fa Trump abbia dichiarato di aver comunicato con Xi affinché interrompesse ogni ulteriore assistenza. Tanto che, pubblicamente, il presidente ha minimizzato l’entità dell’assistenza fornita dalla Cina all’Iran. “Sono rimasto un po’ sorpreso, poiché intrattengo un ottimo rapporto con il Presidente Xi e ritenevo di aver raggiunto un’intesa con lui – ha dichiarato alla Cnbc di recente lo scorso mese, riferendosi alla presunta fornitura cinese all’Iran – Ma va bene così. È la natura stessa della guerra”. (di Iacopo Luzi)
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